Enza, casse d’espansione senza collaudo
Montecchio: sono funzionanti, anche se nell’ultima piena non sono servite, ma in attesa dell’allagamento artificiale
MONTECCHIO. Allarme rientrato, ieri, per la piena dell’Enza. Il livello del fiume si era alzato parecchio – soprattutto all’altezza di Selvanizza e Vetto – a seguito delle intense precipitazioni degli ultimi giorni, ma lo stato di allerta, attivo dalle 12 di mercoledì, non è stato seguito da problemi particolari. Oltre a Vetto, sono stati interessati dal preallarme i Comuni reggiani di Brescello (dove al ponte di Sorbolo l'Enza ha superato i 9 metri d'altezza), Canossa, Gattatico, Montecchio, San Polo e Ramiseto, oltre a Parma, Mezzani, Montechiarugolo, Neviano, Sorbolo, Traversetolo, Monchio delle Corti e Palanzano.
Ma che cosa accadrebbe se, in futuro, il livello dell’acqua dovesse salire al punto da uscire dall’alveo? Nella zona di Montecchio esiste una cassa d’espansione laterale rispetto all’alveo. E’ come se esistesse un gradino: il fiume ha il livello di sfioro (l’altezza massima perché l’acqua resti all’interno del proprio alveo) a quota 2.40. Se dovesse superare quella quota, l’acqua allagherebbe la cassa d’espansione. Ad esempio, se il livello dovesse salire a quota tre metri, i 60 centimenti in eccesso oltre il livello di sfioro entrerebbe nella cassa d’espansione. Il tutto in modo naturale, senza l’intervento dell’uomo, proprio perché non sono presenti chiuse (paratoie apribili) su cui intervenire. Due giorni fa il colmo massimo ha toccato quota 1.56, quindi l’acqua è rimasta all’interno dell’alveo.
La cassa d’espansione di Montecchio non è ancora stata collaudata, ma questo non significa che la cassa d’espansione sia inutilizzabile, anche perché – come detto – è un’area laterale all’alveo priva di paratoie, pronta ad accogliere l’acqua in eccesso, a prescindere dall’intervento dell’uomo e dalla burocrazia.
Dal punto di vista formale, tuttavia, la cassa d’espansione dovrà essere collaudata perché, rientrando nel regolamento dighe, necessita della supervisione del Rid, il Registro italiano dighe. Ma l’operazione è tutt’altro che semplice, per una serie di motivi. Si tratta sostanzialmente di fare una serie di prove di invaso con cui collaudare la funzionalità della cassa.
Il collaudo è una cosa molto articolata, perché coinvolge numerosi enti e associazioni: dall’Aipo (Agenzia interregionale per il fiume Po) ai Comuni, dalla Protezione civile e chi preleva l’acqua per gli usi civili o irrigui, fino ad arrivare a chi utilizza il fiume per andare a pescare. Il collaudo non può avvenire da autunno a primavera perché, in caso di emergenza meteo, il fiume non reggerebbe due piene (la prima artificiale, creata appositamente per il collaudo, e la seconda naturale). In estate, con poca acqua nel fiume, occorrerebbero diversi mesi per allagare la cassa d’espansione. E per farlo – oltre a dover mettere d’accordo vari enti – occorrerebbe togliere l’acqua all’alveo per convogliarla nella cassa d’espansione.
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