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Caselli: mafie al Nord perché stupirsi? Spataro: si adattano

Caselli: mafie al Nord perché stupirsi? Spataro: si adattano

Sala del Tricolore strapiena ieri sera per i due magistrati Vecchi ribadisce l’impegno nella lotta alla criminalità

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REGGIO EMILIA. «Non dobbiamo stupirci della presenza delle mafie al nord: è un fenomeno vecchio di 50 anni. Sarebbe come stupirsi del fatto che la pioggia bagna. La parole chiave di tutto questo è riciclaggio. La reazione dei cittadini di Brescello dopo la coraggiosa e intelligente video-inchiesta? Strabismo, rispetto a una realtà accertata».

Parla così Giancarlo Caselli, l’ex procuratore antimafia, a margine del secondo incontro organizzato dai ragazzi di Cortorcuito in sala del Tricolore dal titolo “Conoscere le mafie, costruire legalità: la voce dei magistrati in prima linea”.

Ed è una voce di primissimo piano della lotta alla criminalità organizzata a parlare: Caselli ha concluso la sua esperienza professionale di magistrato a Torino, con l’operazione “Minotauro” sull’insediamento dell’ndrangheta al nord, che ha portato a qualcosa come 150 arresti e numerose condannate di primo grado.

«Di specifico non so niente» chiarisce riguardo al contesto reggiano. Le sue sono considerazioni sono generali. Rispetto a dinamiche, però, che non sembrano essere molto diverse da una parte all’altra del Paese. «Negli anni, lentamente, senza che nessuno ci facesse caso, o con molti che non vedevano ciò che avrebbero dovuto, l’ndrangheta si è consolidata – spiega – Anche con rapporti diretti con pezzi della politica, dell’economia, diventando così un elemento di turbativa anche del mercato, della libera concorrenza, della regolarità delle consultazioni elettorali nei piccoli centri». «Questo – sottolinea – non vuole dire che succeda qui. Registro ciò che è successo in Piemonte, in Liguria. E’ un fenomeno, quello delle mafie che dal sud si sono espanse verso nord, vecchio di almeno 30-50 anni. Niente di nuovo. I mafiosi sono ricchi, ma i soldi che hanno non li possono godere fino a che sono sporchi. Devono riciclare. Dove lo fanno? Lo fanno dove ne circola abbastanza, affinché quello sporco si possa confondere. Per questo, non ci si deve più stupire della presenze in questo territori delle mafie e del loro radicamento».

Perchè si è arrivati a tutto questo? «C’è stato un cono d’ombra involontario, quando l’attenzione si è concentrata sulla Sicilia, con le stragi. Dell’ndrangheta non si è parlato a lungo, ma solo quando ormai la pianta aveva messo radice». Non vede tutto nero, Caselli. Parla anche di presa di coscienza. «Gli anticorpi? Ci sono anche qui a Reggio. Ne è un esempio Cortocircuito».

L’altro ospite della serata, Armando Spataro attuale procuratore capo di Torino, parla dell’evoluzione della mafia. «Sfrutta la modernità. Si adatta ai tempi che cambiano per i suoi interessi. Come fare per contrastarla? Ci sono una convergenza di azioni: la politica deve guardare al rischio infiltrazioni, i cittadini devono pensare all’interesse collettivo e non a quello personale». Un punto questo evidenziato dallo stesso Elia Minari di Cortocircuito, quando introducendo l’incontro ha posto l’accento sul silenzio: «Quello di tanti imprenditore reggiani che non hanno voluto parlarci quando facevamo le nostre inchieste e di chi non ci ha voluto fare vedere le carte del cantiere Tav.» Il sindaco Luca Vecchi ha ricordato la necessità, e l’impegno, di continuare a lavorare sulla presa di coscienza, del fenomeno delle mafie, a Reggio.

Tra il pubblico, c’era anche la parlamentare del M5S Maria Edera Spadoni. Con in mano l’interrogazione da presentare al governo, e al Comune. Parla di una società – la Iam Spa di Reggio Calabria – e di una sua azienda socia, la Lico Santo Srl, messa sotto sequestro dalla Dia di Roma a maggio. Nel 2005 l’allora Agac era parte di quella partecipazione societaria. Di questo i pentastellati ora chiedono conto.

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