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Nel mirino dell’Ausl un mare di esami “inutili”

A Reggio il ricorso alle visite specialistiche è superiore alla media regionale. Il direttore sanitario Ricco: «Le prescrizioni sbagliate incidono sui tempi»


22 novembre 2014 di Massimo Sesena


REGGIO EMILIA. La risonanza magnetica ai reggiani piace, la visita fisiatrica, poi, va via come il pane. I medici di base ne prescrivono in quantità industriale e questo finisce per ingolfare le liste d’attesa. Scandagliando ancora un po’ il mondo dei tempi d’attesa per le prestazioni sanitarie nella nostra provincia - alla vigilia dell’entrata in vigore di un piano di guerra predisposto nelle scorse settimane dalla Regione - si scopre che sono tante le cause dei tempi biblici a cui spesso i cittadini reggiani devono adeguarsi per ottenere dal Servizio sanitario regionale una prestazione medica, sia essa una semplice visita o un sofisticato esame.

Ci sono le mancate disdette, da parte di chi prenota e poi non si presenta. Ma ci sono anche esami e visite che vengono regolarmente effettuate. E anche in questo caso vanno ad allungare i tempi d’attesa. Sono le cosiddette prestazioni inappropriate, quella che in gergo viene chiamata “zona grigia”, migliaia di visite ed esami che i medici di base, gli specialisti, i pediatri di libera scelta prescrivono ogni giorno ma che in realtà non sarebbero necessari.

«Se dovessi indicare un numero - spiega il direttore sanitario dell’Azienda Usl Daniela Riccò - che possa dare l’idea del fenomeno, è quello delle visite ambulatoriali. Il nostro dato, anche se in calo in questi anni, resta tuttavia più alto della media regionale: in Emilia Romagna la media è di 1288 prestazioni ogni mille abitanti. A Reggio, nel 2013 la media è stata di 1493 prestazioni ogni mille abitanti».

Un numero alto, altissimo, che contiene certo una grande percentuali di esami urgenti, che non si possono non fare. Ma anche visite ed esami che - a posteriori ma non solo - risultano essere uno spreco di risorse.

La casistica è variegata anche se la parte del leone la fanno le visite ambulatoriali e specialistiche: la visita fisiatrica, quella ortopedica, quella ostetrico-ginecologica. Tante di queste visite risultano - secondo le linee guida che le aziende sanitarie hanno condiviso con medici di base e specialisti - inutili.

«Anni di studi e di confronti tra professionisti - spiega Riccò - ci hanno permesso di stabilire delle linee guida sull’appropriatezza delle prestazioni. E dal 2012, attraverso un sistema informatizzato riusciamo anche a verificare se le prescrizioni dei medici e degli specialisti sono effettivamente quelle che servono». Il quadro che ne esce non è brillantissimo: «Sugli esami di laboratorio - spiega la numero due dell’Ausl di Reggio - siamo abbastanza bravi, ovvero prescriviamo il giusto. Non così si può dire per le visite specialistiche e per certi esami diagnostici, come l’elettromiografia e la risonanza magnetica».

Di quest’ultima, poi, se ne abusa davvero. Sia sul fronte della presunta gravità, sia su quella della vera e propria adeguatezza. «Lei non ci crederà - spiega la dottoressa Riccò - ma uno degli esami più richiesti è una risonanza magnetica del rachide cervicale dopo il primo episodio di lombosciatalgia. Ebbene, le linee guida dicono che questa è una scelta inappropriata».

In realtà ci sono anche altre falle nel sistema delle prescrizioni: «Molte prescrizioni si limitano ad indicare l’esame o la visita richiesta ma non il quesito diagnostico. Ovvero non viene specificato quel che si vuol sapere da quel determinato esame. E anche solo per questo, alla fine, l’attesa e il test stesso risultano inutili».

Allo stesso modo, a rendere più complicata la situazione vi è anche un altro abuso: quello della parola “urgente” sulla ricetta. Spesso è il paziente, in apprensione per il suo stato di salute a spingere perché il medico di famiglia sancisca l’urgenza. Il guaio è che quella parola è il semaforo verde che permette di scalare posizioni nella lista.

Difficile quantificare quanto questo mare di esami inutili appesantisca le code e allunghi i tempi. Di certo, quando ad esempio si parla di visite specialistiche, un dato che incide è anche quello della carenza di personale. Il caso più eclatante, in questo caso, riguarda le visite neurologiche. Di norma dovrebbero essere eseguite entro 30 giorni dalla prescrizione, ma all’Ausl di Reggio in certi periodi si sfiorano i 60 giorni d’attesa. «In questo caso - spiega Riccò - però è perché non riusciamo a reperire neurologi».

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