A Reggio il futuro è già qui, grazie ai volontari digitali
Viaggio nella città che ha raccolto la sfida della rete e si prepara all'Expo con aziende già al top e un esercito di makers e evangelist che sostengono il Comune in questa impresa
REGGIO EMILIA. Cos'hanno in comune bambini che suonano l'Inno alla Gioia battendo una banana su una mela e una pera, designer e programmatori che condividono l'Open Space di una vecchia fabbrica dismessa cercando oppurtunità di business per sè ma senza disdegnare la possibilità di collaborare e contaminarsi con il vicino di scrivania;
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oppure venti makers digitali che si chiudono allo Spazio Gerra per partorire - in due giorni, mica in nove mesi – vere e proprie App che possano migliorare la vita di tutti (la cover che ricarica lo smartphone, lo zerbino che riconosce l'impronta del padrone di casa)
O ancora: una azienda nata come spin-off dell'Università nel campo - ancora da esplorare - di quella che viene definita "Internet delle cose" e che ora, nel giro di due anni ha tra i suoi clienti la Ferrari e la Piaggio e si divide tra il quartiere del Quinzio e la Silycon Valley.
Cos'hanno in comune tutte queste cose? La targa, o – per dirla nel gergo ad hoc – la geolocalizzazione. Quella che punta una città, Reggio Emilia, che oggi come poche in Italia, respira innovazione.
Qui a Reggio Emilia le lettere dal futuro, hanno cominciato a scriverle già da un po’. E la cosa più sorprendente è che i mittenti non sono aspiranti premi nobel ma perlopiù cittadini comuni. Visionari sì, ma comuni. Alcuni investiti pro-tempore di cariche pubbliche, altri semplicemente desiderosi di fare qualcosa per la loro città.
E' come se quel treno che taglia la pianura a trecento all'ora, costringesse tutti a quella velocità. Di pensiero e di azione. E' come se la crisi che anche a Reggio ha picchiato - e picchia ancora - durissimo costringa oggi le imprese a ripensare il proprio modo di essere, di stare sul mercato.
E' come se la necessità di una crescita sostenibile richiedesse a chi governa oggi la città di ripensare un modello di sviluppo che punti tutto sull'innovazione come unica via d'uscita. È l'innovazione è oggi - per tutti: cittadini, imprese e enti locali - l'unica via d'uscita.
Lo hanno capito in Comune, con la giunta del sindaco Luca Vecchi che, appena insediato ha creato una delega ad hoc, affidandola a Valeria Montanari: agenda digitale, innovazione, cura dei quartieri. E lo hanno capito soprattutto loro, quelli che l'assessore Montanari chiama "volontari digitali", da un lato sottolineando la spinta dal basso che li contraddistingue. In questi mesi hanno cominciato a ritrovarsi, i diversi pezzi di questo “fermento”, pronti a mettersi al lavoro per un progetto comune.
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La sfida è la stessa che, in questi giorni, fa muovere i primi passi ai Digital Champions di cento città italiane (tra cui Reggio) scelti da Riccardo Luna, a sua volta scelto dal governo Renzi per promuovere - livello nazionale - in tutti i modi possibili la "cultura digitale" nel Paese.
Ma, almeno per il Comune, la sfida non si limita all'"evangelizzazione" digitale dei cittadini, non foss'altro per lo sforzo a cui proprio il Comune in primis è chiamato.
Un cambio di passo che in realtà è un cambio di pelle quello che attende il Comune a cui, se la legge impone già l'Open Data e la dematerializzazione dei documenti, la crisi che ha colpito le aziende reggiane (soprattutto nell'edilizia) richiede con insistenza di essere il driver di un nuovo modello di sviluppo, ad esempio con un settore, l'urbanistica, che oggi vede le sue aziende in ginocchio e interi pezzi di città da riqualificare senza che il cemento mangi altro territorio.
Qui la Lettera al futuro è una visione vera propria: con l’obiettivo di riqualificare una città, angoli di degrado da riempire non con famiglie di volonterosi, ma piuttosto con aziende innovative, spazi di coworking di professionisti.
Perché una zona degradata ha bisogno di un presidio, di vita. L’esempio c’è già: ed è Tiwi, la start-up creata da Nicola Bigi grazie anche a un bando per imprese giovani si è stabilita in viale IVNovembre, zona stazione, una delle più problematiche della città. E da lì ha cominciato a produrre animazioni digitali. Quelle di Ballarò sono sue.
SI FA PRESTO A DIRE SMART. A Reggio si sta ripetendo un po' quello che accadde alla fine degli anni ottanta quando si ritrovò - un po' per caso, adesso si può dire - sulla copertina di Newsweek con i suoi asili "best in the world".
Un riconoscimento inatteso, globale, che a Reggio seppero trasformare in opportunità, creando un brand che oggi porta a Reggio migliaia di pedagogisti da tutto il mondo per toccare con mano il Reggio Approach. Recentemente, proprio nel campo pedagogico, Reggio è stata premiata come Smart City "educante". Un'altra tacca sulla canna del fucile, un'altra medaglia da appuntarsi al petto, un'altra asticella che si alza, per dirla con una delle immagini preferite dal successore di Graziano Delrio alla guida della città.
“Sono convinta – spiega l’assessore Montanari – che la nostra Smart City debba essere costruita tenendo conto del #wayoflife reggiano: partendo dal basso, lavorando sulle relazioni, costruendo la rete delle reti, coinvolgendo il volontariato e i processi virtuosi. Tradotto: non dobbiamo inventarci nulla, ma fare meglio quello che sappiamo fare".
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"Le tecnologie sono fondamentali, sono lo strumento necessario alla costruzione della smart city, non l'obiettivo da raggiungere. L'obiettivo è invece la creazione di una forte interconnessione tra cittadini (che diventano city users), e-government, e-democracy, servizi e qualità della città: questa è la sostanza dell'ecosistema di innovazione”.
Ma l’asticella non si alza soltanto per il Comune. “L’asticella si alza – sottolinea Luca Torri, presidente del Club Digitale di Unindustria – ad esempio per tutte le nostre eccellenze, che necessitano di essere raccontate in un modo e con linguaggi innovativi, che sono quelli della rete”.
La scommessa è dietro l’angolo: si chiama Expo 2015 e su questo progetto – prevalentemente comunicativo – il gruppo aggregato dall’assessore Montanari è già al lavoro. La visione è quella di una narrazione nuova dei nostri punti d’eccellenza, dagli asili all’agrolalimentare. Story telling, Case History, ma anche Challenge, ovvero confronti tra realtà e mondi diversi.
INTERNET DELLE COSE. Se fossimo di fronte soltanto a dei visionari, saremmo costretti ad attendere un decennio o forse più per tirare le somme. E invec e, il “fermento” che sta vivendo in questo tempo la nostra città ha già prodotto importantissimi frutti.
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Lo sanno bene i ragazzi di Hurricane Start, il network di aziende e giovani makers nato poco più di un anno fa e già protagonista del primo Start Up Weekend che si è svolto alcune mesi fa in città: due giorni di confronti (challenge) che hanno prodotto app pronte per essere immesse sul mercato, pronte per migliorare la vita dei cittadini, come la App vincitrice, capace di organizzare in rete una colletta per acquistare un regalo magari molto costoso.
Sempre recente di nascita vi è poi il percorso fatto dall’imprenditore Stefano Marzani che da uno spin-off universitario, nel 2004 ha dato vita a ReLab che oggi si propone come azienda di servizi alle imprese nell’ambito, appunto, di Internet delle cose.
Nel 2009 ReLab brevetta una piattaforma di vehicol-information per smartphone, nel 2011 da una costola di ReLab nasce DiQuid, che oggi si divide tra Reggio e Palo Alto, nel cuore della Sylicon Valley. Tra i loro prodotti open-platform, la connessione di auto e scooter.
“La chiave di tutto – spiega Marzani – è la creazione di piattaforme digitali in grado di creare valore aggiunto per le imprese, esportando e rendendo visibili i loro dati attraverso la rete. E’ la sfida, che in Italia è ancora tutta da vincere di quella che negli Usa chiamano Api, Application Program interface".
"In questo modo l’ecosistema che già esiste entra finalmente in connessione, consentendo alle imprese di produrre valore e ai cittadini di vivere meglio la quotidianità. Pensiamo ad esempio a quale impatto positivo potrebbe avere, calata su Reggio, Urban, la piattaforma globale che negli Usa permette di usufruire dei diversi mezzi di trasporto pubblico”.
PAROLA D’ORDINE: EVANGELIZZARE. Buttato lì, il termine può generare diffidenza. Se lo si traduce nell’inglese Evangelist (e a quel punto non si può fare a meno di legarlo a internet e alle nuove tecnologie) si capisce quale sia l’obiettivo della giunta di Luca Vecchi: allargare il più possibile la base di cittadini che possano vedere nel web una risorsa e non uno scoglio.
E tra loro, tra coloro che sono chiamati a questo compito, si trova davvero di tutto. Dal Digital Champion locale Francesco Bombardi, ai giovani maker di FabLab e Hurricane Start, ai più attempati ma agguerriti di ReStart.
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Non sono, per età classificabili tra i “nativi digitali”, ma proprio per questo , per dirla con Michael Harris “Se siamo le ultime persone ad aver conosciuto la vita prima di internet, siamo anche gli unici ancora capaci di parlare entrambe le lingue. Siamo gli unici traduttori esperti di un Prima e di un Dopo”. Marco Pederzini, ad esempio, incarna perfettamente questa figura: figlio e nipote di lavoratori delle Officine Reggiane, poi manager di un grande gruppo industriale e oggi libero professionista digital addicted.
Ma anche Pier Giorgio Grossi, programmatore alla Ferrari e volontario digitale, al pari di Cristiano Ferrari e Alfredo Colella.E sono loro, assieme ad altri, ad esempio, gli animatori del Coderdojo, ovvero i pomeriggi passati a giocare con bambini e ragazzi dai 7 ai 17 anni, insegnando loro come si programma un computer.
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Nato nel 2012 in Irlanda, per fronteggiare il bullismo tra i ragazzi, il Coderdojo è un movimento ormai globale che a Reggio ha attecchito ormai da più di un anno. “Il segreto di queste lezioni? – spiega Cristiano Ferrari – E’ che non sono lezioni. I bambini sono incoraggiati a sbagliare, cerchiamo di dare più spazio possibile all’intuizione e alla spontaneità”.
Il grande successo che sta avendo il Coderdojo in questi mesi (con pomeriggi in tutta la provincia e prenotazioni a cui si fatica a dare risposta), i riconoscimenti che questa pratica ha già avuto a livello nazionale (ad esempio dal Ministero dell’Università), fanno sì che oggi i “mentor” (così si chiamano gli istruttori del Corso-non corso) abbiano un obiettivo ambizioso: entrare con le loro idee nella “cattedrale” di Reggio Children, forti del fatto che proprio il “diritto a sbagliare” e la spontaneità erano e sono pezzi forti del pensiero di Malaguzzi, l’inventore del Reggio Approach.
E la riuscita di questo obiettivo costituirebbe un altro fortissimo segno di vitalità di un’ecosistema, quello della Reggio digitale, che oggi ha pochi eguali in Italia.
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