Le molte suggestioni nazionali del voto in Emilia Romagna
Il “Generale Astensionismo” ha dilagato, e vinto la sua campagna d’inverno. E, così, anche l’Emilia-Romagna si è secolarizzata. Nel voto di domenica diverse sono le variabili e le componenti che hanno inciso sul dato – una novità shock per le consuetudini dei cittadini-elettori di questa regione – del 37,7% appena di votanti.
Ci sono fattori esplicativi che rimandano alle specificità di un luogo, tradizionalmente considerato di buongoverno e di (più) elevata partecipazione politica e civica, come le traversie giudiziarie di svariati membri del Consiglio regionale uscente (l’inchiesta “spese pazze”, che ha mostrato atteggiamenti ancor più offensivi per dei cittadini che credono nell’utilità e positività della politica).
E come le stesse “traumatiche” dimissioni di Vasco Errani, – il cui lunghissimo periodo di governo, con un eccesso di continuismo, può venire annoverato tra i motivi di disaffezione di una parte del “popolo della sinistra” emiliano-romagnolo. Il risultato è che il Pd, pur senza reali competitor alla propria sinistra, ha perso voti, in termini percentuali e assoluti, e, senza riproporre i vecchi riti dell’autocritica, qualcuno al suo interno comincia oggi opportunamente a interrogarsi al riguardo, a partire – un segnale che depone decisamente a suo favore – dal neogovernatore Stefano Bonaccini.
Altri due ancora gli elementi significativi nell’ambito locale, ma con un’evidente suggestione nazionale. Il primo riguarda l’appannamento (già in corso da qualche tempo) dell’appeal elettorale del Movimento 5 Stelle, che non rappresenta più un’alternativa all’astensione per gli indignati e i disgustati dalla “casta” e dalle classi politiche (e vediamo se la deludente performance darà fiato alle lamentele e ai distinguo, ancora non abbastanza esplicitati, della “corrente Pizzarotti”).
Il secondo concerne l’apertura definitiva della stagione della caccia alla leadership post-berlusconiana del centrodestra, brillantemente vinta dall’“altro Matteo” (il lumbard Salvini) – quello “giusto” possono ora dire, a ragion veduta, anche le galvanizzate truppe leghiste – che sfiora il 20% e doppia il risultato di Forza Italia (dove si preparano a volare ancor più alti gli stracci), potendo quindi lanciare la sua opa (non benevola) sulla porzione di Italia già fedele al Cavaliere; se, poi, la sua svolta “neo-lepenista” possa attrarre anche gli elettori moderati è tutto un altro discorso, naturalmente. Su scala (assai più) ridotta, quindi, si è riproposta una fotografia (anzi, un Instagram) di quelle che sono le stratificazioni di lunga durata della storia politica recente dell’Emilia-Romagna: niente tripolarismo, con un centrosinistra nettamente prevalente opposto al centrodestra.
Ma in queste elezioni regionali si sono scaricate anche una serie di dinamiche più generali e nazionali, a partire dal fatto che l’astensionismo costituisce una tendenza sempre più diffusa all’interno delle affaticate liberaldemocrazie in cui viviamo, fattesi in epoca recente democrazie del pubblico e postdemocrazie (e, in materia, l’esempio anglosassone docet, da parecchio). Inoltre, anche se Bonaccini ha fatto bene attenzione a evitare qualunque tipo di scontro frontale, non vi è dubbio che il renzismo ideologia della disintermediazione e del conflitto con la Cgil abbia prodotto degli strascichi elettorali nella regione per antonomasia dei corpi intermedi; anche perché, come ha scritto recentemente il sociologo Michele Sorice, ancor più in luoghi come questi si avverte il tema assai critico dell’assenza di rappresentanza.
E, allora, non saranno sfuggiti i commenti del presidente del Consiglio, dal cui entourage, nelle scorse, ore veniva ribadito il messaggio del carattere locale delle elezioni, negando la natura di “test” di gradimento sul governo. In linea con questa strategia ecco così le baldanzose dichiarazioni sul fatto che da quando c’è lui il centrosinistra continua a inanellare vittorie, sull’affluenza «problema secondario» e il testo del tweet nel quale, congratulandosi con i neo-eletti Bonaccini e Mario Oliverio (che si insedierà alla presidenza della Regione Calabria), scrive, da par suo, «Massimo rispetto per chi vuole chiacchierare. Noi nel frattempo cambiamo l’Italia».
Dietro i toni enfatici e un po’ sovreccitati degli ultimi tempi si intravede dunque, in maniera sempre più patente, un certo nervosismo. Il premier persegue (legittimamente) la sua linea di rifiuto della concertazione con i sindacati e quella dell’intensificazione di uno stato di guerra guerreggiata con i soggetti politici e sociali che stanno alla sua sinistra. Se, però, dismettesse i panni del combattente, non gli riuscirebbe difficile riconoscere come l’astensionismo nella ex “roccaforte rossa” si spieghi verosimilmente anche come un gesto volto a punire proprio il suo “PdR”, che a una parte della pancia e dell’elettorato più tradizionale, a quanto pare, non piace granché.
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