Il faccia a faccia tra la mamma e l’assassino
Mentre i giudici erano in camera di consiglio la madre di Tiziana ha affrontato chi le ha ucciso la figlia
RUBIERA. Di nuovo in tribunale. Per ascoltare parole sentite già tante volte e ricordare ancora, a due anni e mezzo di distanza, i dettagli di una tragedia che non potrà mai dimenticare.
Perché la sola cosa a non essere cambiata, dopo indagini, interrogatori, confessioni, errori della giustizia e processi, è che Tiziana non c’è più.
È quello che Rosella Carlini, la mamma di Tiziana Olivieri, la 39enne strangolata dal compagno il 19 aprile del 2012, ha detto ieri a Ivan Forte, 29 anni, l’uomo che ha ucciso sua figlia e poi le ha dato fuoco per depistare le forze dell’ordine.
In quella notte terribile lei era stata la prima a capire che non erano state le fiamme a portarle via Tiziana per sempre. «Lui si è salvato e lei no? – aveva detto d’impulso di fronte a quello scenario infernale – ma pensa te… come è possibile…» aveva ripetuto in preda a un sesto senso che solo le madri possono avere: «Lei muore e lui niente. E il bimbo niente...».
E poi c'erano stati gli interrogatori e, dopo ore interminabili, la confessione. Da allora Rosella non aveva più rivolto una parola all’assassino di Tiziana, non aveva nemmeno più pronunciato il suo nome.
Ieri, però, nell’attesa che i giudici del processo d’appello si pronunciassero, Rosella Carlini si è avvicinata a Ivan Forte. E gli ha parlato. In pochi minuti il dolore, la rabbia e la delusione di questi anni sono usciti dalla sua bocca e hanno investito l’uomo, come una furia. Lui è rimasto in silenzio.
«Era la prima volta che gli parlavo da quando aveva confessato di aver ucciso Tiziana – racconta mamma Rosella – quella sera non avevo trovato le parole. I carabinieri mi avevano chiesto se desideravo dirgli qualcosa, ma ho detto di no. Aveva confessato di averla uccisa e pensavo bastasse. Ma ieri finalmente gli ho parlato, e avrei voluto farlo più a lungo. Adesso sarai contento, gli ho detto, credevi di andare sulla luna facendo così, invece sei ancora qui».
E mentre i giudici, riuniti in camera di consiglio, si stavano consultando sulla decisione da prendere, fuori era una madre a scagliare il suo giudizio sicuro.
«Dopo tutti questi anni ho deciso di chiarire, di sfogarmi. Gli ho detto che ha compiuto un atto da ignorante, da immaturo, da uno che non capisce niente. Probabilmente se è arrivato a tanto è anche perché è calabrese. Da quello che so dire “Se mi lasci ti ammazzo” è un meccanismo che usano in quelle zone. Ma Tiziana non lo sapeva – aggiunge con una nota di rammarico nella voce – o forse lo sapeva ma non ci credeva. Sicuramente non pensava che lui potesse arrivare a tanto. E si sbagliava».
«Abbiamo sperato fino in ultimo che gli aumentassero la pena – aggiunge dopo un attimo di silenzio Rosella Carlini – che gli dessero più di vent’anni. Ma i giudici hanno confermato quanto i loro colleghi avevano già deciso nel processo precedente. E se non si può proprio fare di più – dice stanca – va bene così».
Martina Riccò
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
