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Sciopero dei lavoratori alla Paterlini in crisi

Sciopero dei lavoratori alla Paterlini in crisi

San Martino in Rio: quattro mesi di stipendi non pagati e dipendenti dimezzati L’azienda a sorpresa si è sfilata dalle trattative avviate già da oltre un anno

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SAN MARTINO IN RIO. «Non chiamateci terroristi, se si potesse davvero lavorare e tutti i dipendenti percepissero regolare stipendio noi adesso saremmo dentro la Paterlini, alle nostre postazioni». Prosegue ormai da quasi dieci giorni, con una breve interruzione, lo sciopero dei dipendenti dell’azienda di tecnologie agricole sammartinese che terranno le braccia serrate almeno fino a quando non sarà raggiunto un accordo. In ballo ci sono quattro mesi e mezzo di stipendio arretrato. Dall’inizio dell’anno la questione stipendi ha costretto ad andarsene diversi dipendenti.

Dai 32 che erano a gennaio, oggi sono arrivati a soli 17 operai e di questi, dopo l’ennesimo accordo tra le parti andato in fumo, in sciopero erano in 15. Sono ragazzi dai 35 ai 56 anni, chi con famiglia chi ancora no, e che credono – nonostante tutto – nell’azienda in cui lavorano da tempo. «Sul prodotto dell’azienda non si discute – spiega uno dei dipendenti storici – e una volta lavorare qui era motivo di orgoglio ma oggi le relazioni, specie ai vertici, sono cambiate e mancano il rispetto per le persone e i lavoratori».

Di tornare dentro senza un accordo, quindi, non se ne parla. «Non si può portare avanti un’azienda e pensare di tenerla in piedi usando gli stipendi dei lavoratori – spiega la Rsu – e se l’azienda non ha i soldi per andare avanti allora non doveva sciogliere il contratto di solidarietà». I problemi non sono proprio iniziati ora. «A settembre del 2013 sono saltati i primi stipendi. Siamo andati subito in Provincia per cercare di stabilire un piano di rientro e a dicembre l’azienda ha richiesto un contratto di solidarietà per i dipendenti ed è stato stabilito un piano di rientro con la rateizzazione semestrale.

Da dicembre 2013 a giugno 2014 però hanno continuato a pagarci a singhiozzo e le mensilità arretrate sono salite. A giugno, poi, è arrivata a sorpresa la sospensione del contratto di solidarietà e a luglio la proprietà l’ha acquista un’altra impresa, la “Tanesino Group”, mentre noi continuavamo a non essere pagati. Nel frattempo chi ha potuto e ha trovato lavoro se ne è andato».

Gli altri hanno iniziato a scioperare: il primo presidio il 29 ottobre a cui è seguito un incontro in Provincia il 6 novembre nell’ambito del quale i lavoratori hanno chiesto la cassa integrazione. Tutto sembrava essere andato per il meglio ma poi il concordato, che era stato richiesto e ottenuto, è stato revocato dalla stessa azienda. Ai lavoratori nel frattempo sono stati pagati 15 giorni di arretrati ma al secondo tavolo di trattative in Provincia è stata negata anche la cassa straordinaria. Il presidio è allora ripreso. «Siamo disposti a trovare un accordo. Che ci diano almeno due mesi, ma che ce li paghino veramente».

Silvia Parmeggiani

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