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Condanna per Pino anche in Appello ma con lo “sconto”

Condanna per Pino anche in Appello ma con lo “sconto”

Diminuita la pena di un anno e mezzo e ridotti i risarcimenti L’educatore diserta l’aula, la difesa attacca gli investigatori

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REGGIO EMILIA. Otto ore piene di tensione ieri per il delicatissimo processo – in Appello a Bologna – nei confronti dell’educatore-attore 41enne Pino La Monica, accusato di abusi su nove minorenni partecipanti negli anni 2007-2008 ai suoi corsi di teatro (la più piccola aveva nove anni) e detenzione di 399 immagini pedopornografiche nei suoi tre computer.

Intorno alle 17 la Corte è uscita con la sentenza: ridotta di un anno e sei mesi la pena per Pino La Monica (lo ha condannato a 8 anni e 3 mesi) ritenendo equivalenti attenuanti ed aggravanti (da qui la “limatura” rispetto alla condanna in primo grado del tribunale di Reggio Emilia che lo aveva condannato a 9 anni e 9 mesi di carcere nel giugno 2010). Abbassata anche la provvisionale prevista per ciascuna delle tre parti civili - costituitesi tramite l'avvocato Marco Scarpati - passando da 30 a 20mila euro. La Monica non era presente in aula. La sorella, dopo la lettura della sentenza, è scoppiata in lacrime. Il nuovo difensore dell’educatore-attore – cioè l’avvocatessa lombarda Antonella Crippa – nelle tre ore d’arringa aveva chiesto la cancellazione della pena, sostenendo che le bambine non erano credibili. Sempre la difesa ha usato toni duri contro la procura di Reggio Emilia che non avrebbe vigilato sull’operato di chi sul campo aveva condotto le indagini, cioè il luogotenente Roberto Cesi, lasciando intendere l’intenzione di volerlo querelare. Parole critiche anche sulla campagna lanciata nelle scuole reggiane contro la pedofilia: «Predisponeva alla denuncia». Di parere opposto il procuratore generale che ha chiesto la conferma della condanna di primo grado, a cui ha fatto eco l’avvocato di parte civile Scarpati: «La Monica – ha rimarcato – aveva mostrato una sessualità da pedofilo, si innamorava delle bambine, mandava lettere d’amore alle minorenni».

E la conferma della condanna, seppur ridotta, ha mostrato come anche in Appello il quadro accusatorio sia rimasto solido: «Le bambine sono state credute – aggiunge a fine-udienza sempre l’avvocato Scarpati – del resto avevano detto cose identiche in tempi, luoghi e con persone diverse. Sia io che il pm Maria Rita Pantani avevamo visto bambine che soffrivano per gli atti sessuali subiti».

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