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«Chiudiamo le porte in faccia ai mafiosi»

«Chiudiamo le porte in faccia ai mafiosi»

Enrico Bini (presidente FitaLog): «Presto nuove regole e codice etico per chi fa affari con i camion»

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REGGIO EMILIA. Più trasparenza e nuovi strumenti per combattere le infiltrazioni mafiose nel comparto dell'autotrasporto. Sono quelli, presentati ieri alla Cna di Reggio, di cui si è dotato il consorzio Fitalog , realtà nazionale nel campo dei servizi agli autotrasportatori con circa 3.000 soci, 15 dipendenti a Roma e un fatturato di 110 milioni. È presieduto dal reggiano Enrico Bini che per l’occasione è tornato a parlare nella sede dell’associazione di categoria di cui resta dirigente. In particolare il consorzio, diramazione di settore della Cna, ha deciso di adottare il modello di organizzazione previsto dal decreto 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa delle imprese, e dal 2015 applicherà a tutti i soci un nuovo codice etico. Già dal 2009 però, sottolinea il presidente Bini, il presidio della legalità si è mantenuto alto. A dimostrarlo le quattro espulsioni di aziende rivelatesi colluse con la criminalità organizzata, di cui una operante in sicilia. Tra queste spuntano i nomi di Antonio Tipaldi, Cesare e Antonio Muto, Vincenzo Ercolano e Antonio Mendicino, tutti colpiti oggetto di informative antimafia. Nuovi strumenti per tutelare le imprese sane potrebbero infine arrivare dal decreto «Salva Italia» in base al quale potrebbero essere escluse dall'albo degli autotrasportatori non solo le nuove aziende che vi entrano prive di informativa antimafia, ma anche quelle già presenti nell'albo. «Sul tema della legalità - spiega Bini - ci siamo presto resi conto che il nostro punto debole era poter contare su scarse informazioni relative ai nostri soci, a causa di regole dalle maglie troppo larghe». In base allo statuto del consorzio infatti è sufficiente l'iscrizione all'albo degli autotrasportatori per accedere. «Questo però - prosegue il presidente - non ci ha fermati, e per combattere le infiltrazioni abbiamo adottato un codice etico e il modello organizzativo della legge 231».

In pratica, «incrociamo visure camerali e altri dati per fotografare chi abbiamo davanti e muoverci di conseguenza». Bini sottolinea inoltre i margini strettissimi di manovra del consorzio: «Essere in possesso di un certificato antimafia non è una garanzia sufficiente perché fino alla condanna definitiva non abbiamo strumenti per poter escludere un socio. In questi anni abbiamo espulso chi potevamo in base a prove concrete».

Senza contare «la macchina del fango che spesso si è mossa contro di noi o le diffide che abbiamo ricevuto per la nostra opera di prevenzione».

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