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L’allarme della senatrice Pignedoli: «Parmigiano Reggiano, qui si torna alla mezzadria»

Massimo Sesena
L’allarme della senatrice Pignedoli: «Parmigiano Reggiano, qui si torna alla mezzadria»

Il parlamentare Pd lancia un appello a Cooperazione e Consorzio di tutela: «Il crollo dei prezzi sta strozzando i produttori, serve un cambio di strategia»

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REGGIO EMILIA. E’ come la benzina con il petrolio. Quando siamo alla pompa e sentiamo, magari alla radio che il prezzo del petrolio scende e non capiamo perché il nostro pieno costa sempre di più. La stessa cosa accade oggi per il Parmigiano Reggiano. I produttori sono allo stremo, ma il re dei formaggi, sugli scaffali, costa sempre di più. Il Consorzio ha già deciso di chiedere ai produttori un taglio del 5% del latte che fino ad oggi veniva prodotto per il parmigiano reggiano. Questo produrrà un primo effetto, nel 2015: un taglio di 150mila forme rispetto alla produzione annuale. Basterà a far risalire il prezzo del re dei formaggi? La senatrice reggiana Leana Pignedoli, capogruppo del Pd alla commissione agricoltura è convinta di no. «Siamo di fronte a una prospettiva epocale - dice - che impone a tutti un cambio strutturale di sistema».

Senatrice, sta dicendo che non è la solita crisi passeggera, con i prezzi in altalena?

«Per i produttori i prezzi saranno sempre in altalena, anche se adesso hanno toccato un punto davvero basso, difficilmente sopportabile per i nostri caseifici. In tre mesi il prezzo è passato da 9 a 7,20 euro. E a questi ricavi non c’è taglio alla produzione che tenga, anche perché la prospettiva sta per cambiare radicalmente».

Cosa intende dire?

«Dal 2015 spariranno le quote latte. Non ci saranno più obblighi di produzione per nessuno. E quando dico nessuno non parlo ovviamente solo dell’Italia. I settori sono chiamati a autoregolamentarsi, ma come lo faranno?».

Lei crede quindi che non basterà ridurre la produzione?

«No, perché nel frattempo i commercianti, l’industria che confeziona e commercializza il prodotto in tutte le sue forme stanno andando all’attacco dei caseifici».

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Si spieghi meglio: concretamente cosa sta succedendo?

«Sta succedendo che a questi prezzi, i produttori non riescono più a garantire abbastanza latte per il formaggio. E allora l’industriale arriva e dice al casaro: il latte te lo fornisco io. Torniamo alla soccida, per non dire a una nuova forma di mezzadria. In alcuni casi, sul nostro Appennino, alcuni casari hanno già ricevuto offerte dall’industria di trasformazione per cedere la loro attività».

Sembra preoccupante...

«E lo è. Questo del Parmigiano è un nostro patrimonio, unico al mondo, una cosa che facciamo soltanto noi e che tanti ci imitano. Purtroppo però non riusciamo a portarlo nel mondo».

Eppure il Consorzio ha da poco diffuso i dati dell’export e sono dati positivi...

«E’ vero, l’export cresce ma non porta utili al produttore. E proprio il Consorzio è in qualche modo responsabile di questa situazione».

Allude alla società I4S creata ad hoc per l’export?

«Sì. Perché a mio avviso non è così che l’esportazione del prodotto va a vantaggio dei produttori, anzi: oggi avviene che il Consorzio vende a 10 euro al chilo agli industriali, ai quali poi paga anche le spese per la commercializzazione all’estero del prodotto».

Qual è il suo piano per uscire da questa situazione?

«Oggi la filiera è troppo penalizzante per i produttori che con il latte a 50 centesimi il litro producono la forma che poi vendono a 7,20 euro il chilo. Immediatamente dopo inizia la fase della trasformazione e della commercializzazione totalmente in mano all’industria. Ecco che la “punta”, a seconda del grado di stagionatura la paghiamo in media 15 euro. Ma non basta, perché oggi le esigenze del consumatore sono notevolmente mutate rispetto al passato e l’industria l’ha capito: così ecco le confezioni di formaggio grattugiato che si vendono a 25-26 euro il chilo, cioè tre volte il guadagno del produttore. A trentacinque quaranta euro al chilo, poi oggi troviamo le confezioni di snack, i piccoli pezzi di parmigiano reggiano che oggi soddisfano una gran fetta di consumatori. In questo caso, siamo 5 volte oltre il prezzo alla produzione. Quello che dobbiamo fare è consentire a chi produce di innovare e riprendersi dei pezzi di questa filiera».

E questo lei lo chiede al Consorzio?

«No, il consorzio deve tutelare il marchio, ma può avere un ruolo di stimolo verso i produttori. Diverso è invece il discorso per quanto riguarda la cooperazione che può essere davvero il driver di un processo di aggregazione e innovazione che permetta ai caseifici di essere attori anche in altri punti della filiera. Per questo, proprio in questi giorni ho intenzione di chiedere che al Senato si svolga una audizione su questi temi. Una audizione in cui ho intenzione di convocare tutti gli attori di questa partita, cooperative e industriali comprese».

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La strada è quella dell’innovazione, quindi. Ma abbiamo appena finito di definire un quadro che proprio da questo punto di vista, è certamente a tinte fosche...

«Guardi, se davvero c’è la volontà di tutti a seguire questa strada del radicale cambio di rotta e di strategia, allora i soldi si trovano. Penso agli stanziamenti del Piano di sviluppo rurale che prevede contributi per 1,2 miliardi di euro. Certo, ci vogliono le idee, ma qualcuno ha già cominciato, per fortuna».

Siamo a Reggio?

«No, purtroppo siamo a Parma, ma nulla ci impedisce di prendere esempio. Ci sono aziende agricole che stanno studiando un prodotto che sia ancora migliore sotto il profilo della nostra dieta. Un Parmigiano Reggiano che mantenga le stesse virtù alimentari del miglior formaggio e allo stesso tempo sia più digeribile, o magari meno pericoloso per il colesterolo. Ci sono ottimi risultati all’orizzonte e questa è oggi la strada da perseguire con forza, se vogliamo salvaguardare questo patrimonio».

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