"Il volano dell'economia locale"
Ecco il racconto terzo classificato al concorso nazionale "Arts against gambling"
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Il vento spazza il cemento bianco del porto, mentre il sole si piega tra i profili delle barche. Il molo è calpestato da qualche ubriaco sconnesso e da quei ragazzini che si vanno a nascondere tra gli scogli per fumare la skunk. La mia angoscia mi rimane in gola mentre rimetto insieme i fatti. Tu, figlio che verrai, ignori e non potrai mai ricordare la linea della spiaggia, erosa dal tempo.
Il precipizio da cui i ragazzi si lanciavano in acqua. L’estate rifulgeva sulle rocce e la costa era affollata. In quel tempo, la città era un cantiere, dove si costruivano case per persone che non le potevano comprare. Il progresso era la marcia delle ruspe e dei grandi progetti, poco più che un maldestro tentativo di grandezza. Il giornale proclamava la grande vittoria dello sviluppo, il sindaco armeggiava con termini magniloquenti ed un vocabolario incespicante, rovesciando perle dorate in bacinelle di sterco. Il cemento si prendeva la sabbia. Quando non seppero più che cosa costruire, fecero il porto. Il sindaco, con la sua faccia da turco e il suo tono di miele, convinse tutti che avrebbe cambiato la nostra vita. Giusto per non farsi mancare niente, con aria innocente, ad un certo punto cominciò ad aggiungere: «E dopo il porto, ci faremo un casinò!».
Proprio in quei giorni la mia vita cambiò. Ero invitato al matrimonio di un nostro cugino da Antonio La Grua a Scoglitti. Una struttura modesta su due piani, ben conosciuta per il gusto dei piatti e la cortesia degli avventori. La piazzola d’asfalto era sufficiente ad ospitare tutte le macchine degli invitati, ma a malapena. Alle pareti Antonio aveva appeso attrezzi antichi per la lavorazione della ricotta; negli arredi c’era un sapore rustico ed amichevole. Non distante dalla spiaggia, tra noi e il mare, alberi alti, perlopiù conifere.
L’odore di mezzogiorno era ricolmo di aromi naturali, basilico e pomodoro. Li sprigionava lo scrigno delle cucine, dove Antonio inventava spazi di sofisticatezza nei meandri della tradizione semplice della nostra cucina marinara. C’era un rumore di scodelle e pentole che passava per le finestre e le porte, soffocato dal fracasso dei discorsi e dalla musica. Era tutta una musica di convivialità e allegria, umana e viva. Io stavo sull’ingresso, fuori, a godermi quello spettacolo e ad immaginarmi le pietanze. Poi, d’un colpo, venne un rumore atroce. Fu un frastuono assordante e incomprensibile. Le finestre si spaccarono, gli antifurti squillarono, il legno andò in pezzi. E non ricordo altro. La polizia seppe dare poche spiegazioni. Si disse che era stata la
mafia. Qualcuno accusò Antonio La Grua, navigava in cattive acque e avrebbe guadagnato bene truffando l’assicurazione e inscenando una fuga di gas: forse qualcosa era andato storto nel suo gioco pericoloso e aveva trascinato tutti noi e se stesso in una mattanza orribile. La tragedia che non ti posso raccontare, figlio che verrai, è tutta nel mio pianto, nelle mie ferite incomprensibili, nelle ore di ansia e cattivi pensieri. La evito, lo preferisco. Del resto- è mia convinzione- il dolore non si può raccontare veramente, ma solo lasciare immaginare. Tutti i nostri negozi ricadevano sulle mie spalle, poiché non c’era più nessuno che li potesse gestire. Ed io non avevo né tempo né modo per riprendermi dal dolore.
Un giorno un uomo anonimo e malvestito si presentò a casa e mi disse che veniva per conto di Vincenzo Biscari, l’appaltatore. Compresa la mia profonda difficoltà, il cavaliere si voleva intestare la battaglia del rendermi libero dalle mie preoccupazioni, comprando ad un prezzo di favore le mie eredità più gravose, fossero state anche ricoperte dai debiti. Mi avrebbe visto al più presto, se ne avessi avuto voglia. Mi parve una baggianata, ma non avevo nient’altro da fare, per cui mi feci accompagnare a casa del cavaliere. L’uomo, cui chiesi il nome più volte e più volte lo dimenticai, mi fece salire sulla sua Cinquecento, prendendo rapidamente la strada verso la campagna.
Le vacche restavano dei punti rossi sullo sfondo giallo dei campi mietuti. L’odore fresco dei cereali inebriava tutto il circondario. La strada scorreva, malconcia e male assestata. Dalle verande delle vecchie case che davano sull’asfalto si affacciavano signore anziane, intente a rammendare i panni o ad abbeverare il basilico. Il percorso si piegava per tornanti e declivi, facendoci vedere a tratti il mare a cui erano approdati liberatori ed invasori, piegati nell’inutile tentativo di conquistare l’isola, tutta chiusa in se stessa ed inespugnabile anche quando battuta sul campo, anche quando mascherata da alleata fedele.
La strada era sempre più lontana dalle case ed in breve esse scomparvero dalla mia vista. Rallentammo ed imboccammo una via strana. La vaneda1 dissestata era nascosta dal verde e difficilmente ci si sarebbe potuti rendere conto di dove fosse. L’ingresso dava su una curva a gomito, inclinato in un modo tale che la prospettiva di entrambi i sensi di marcia non la cogliessero distintamente. Dopo qualche minuto di marcia, delle case ci comparvero davanti, raccolte attorno ad un vecchio casale. Dai muri alti di questo facevano capolino foglie di salici. Entrammo dentro allo strano villaggio rurale, parcheggiando in prospicenza d’un’abitazione rustica. Vicino a noi, il profilo delle gazze si stagliava sul cielo azzurrissimo: erano abbarbicate su d’una pianta di fico e ridevano sonoramente.
Un ragazzotto uscì fuori dall’edificio con addosso un maglione di lana e dei jeans scoloriti. “Non senti caldo?” gli fece con aria confidenziale l’uomo che mi aveva accompagnato. Il ragazzotto rise e assunse un’espressione da matto. Poi l’uomo si rivolse a me in siciliano e mi disse di aspettare lì davanti, mentre lui parcheggiava altrove. Non lo rividi mai più. Il ragazzotto se ne ritornò dentro la casa ed io rimasi da solo, sotto il sole impietoso del primissimo pomeriggio.
***
Il labirinto insensato di gesti, fatti e parole in cui mi ero inoltrato sembrava cosparso di detriti e cenere. Una carcassa di vitello veniva spolpata da una cornacchia a un passo dei resti di un telaio d’auto. Mi incamminai lungo la collina, per raggiungere il casale, dove supponevo fosse Biscari. Allora arrivò un gran starnazzare di cani, una ciurma di quattro o cinque elementi, che mi colsero alle spalle terrorizzandomi. Erano cani di mannera2, un paio molto grossi. Non avevo il coraggio di chiedere aiuto, proprio perché non capivo che cosa potessero farmi realmente i cani, né ero sicuro che quel qualcuno che fosse venuto mi avrebbe poi prestato soccorso. Mi gelò il sangue al pensiero di quel ragazzotto strano e dell’uomo che mi aveva piantato là: per la prima volta si fece nitido il sospetto che Biscari mi avesse attirato in quel luogo per farmi del male. Ma dalla fine del sentiero venne su il rumore di un motore e sperai di essere in salvo. I cani si allontanarono e iniziarono a
saltellare attorno al mezzo che saliva dalla strada sterrata in una nuvola di pruvulazzu3.
“Dottore, che mala figura che ci faccio a lasciarvi qui senza neppure un bicchiericcio d’acqua” fece una voce. Mi voltai e vidi un uomo ben vestito, che scendeva a piedi dando le spalle al casale. Aveva la faccia rugosa e gli occhi scuri, profondi; era un uomo anziano, ma ben messo, di quelli che avevano lavorato poco ed erano invecchiati lentamente. L’auto era intanto arrivata al cortile e ne scendevano dei figuri scuri, vestiti di tutto punto, con i capelli imbrattati di brillantina. Lui già mi stringeva la mano e si presentava: “Il cavaliere Biscari sono, onoratissimo”. Mi invitò ad entrare nella casa del ragazzotto, mentre i nuovi arrivati ci si avvicinavano lentamente. Me li presentò uno ad uno ed io pensai che fossero i miei carnefici.
Intanto era uscito fuori il giovane di prima, che tanto mi aveva impressionato. Biscari me lo indicò dicendo ad alta voce che era il garzone e, subito dopo, sussurrando, che “Il Signore di cervello gli ha dato un cuppinu4 mancante”. Aveva uno sguardo vuoto ed agghiacciante. Lo seguimmo mentre rientrava dentro. L’edificio aveva un ingresso rustico, senza mobili, da cui si accedeva ad un’altra stanza con due tavoli e due sedie, una cucina antica. La porta della stanza in cui sparì il matto doveva restare chiusa, mi spiegò Biscari, perché dentro ci scannavano i maiali: “A forza di sentirli mi è venuto il sonno leggero. Perciò gli ho detto a chi di dovere di insonorizzare tutto il macello, che, poi, detto fra noi, è piccolo, una cosa da strapazzo, giusto per prestarlo agli amici del vicinato e fare le cene per le feste comandate”. Biscari fece una risatina simpatica ed io pensai che mi avesse portato là per farmi prendere paura ed accettare la sua offerta. Ci prendemmo un caffè e poi lui mi spiegò che teneva a me e voleva darmi un giusto risarcimento per ciò che il destino mi aveva
riservato. Non fece una cifra subito, ma prese un tono scherzoso: “Che ne dice, dottore, di giocarci tutto a carte?”. Sollevai il sopracciglio e mi venne su una risata nervosa. Uno di loro mi pose la mano sulla spalla ridendo. La città era piena di bische ed impazzava all’epoca la mania del baccarà. Avevo visto con i miei stessi occhi Antonio La Grua impegnarsi la collana del battesimo di uno dei figli. Me lo avevano raccontato infervorato da un’ansia mistica, sudato e con gli occhi sgranati con la mano vincente dietro l’angolo e la vittoria che non arrivava mai. Era andato così sotto da scavarsi la fossa da solo. Una notte d’inverno, alle due, era venuto a casa. Zio Michele rincasava da Milano per un viaggio d’affari. Antonio lo aspettava con la camicia sudata, seduto sul gradino davanti alla porta. Neppure era arrivato, che La Grua lo aveva afferrato, supplicato, sconvolto: “Per i miei picciriddi5” diceva “Fammelo questo favore!”. Voleva un prestito e s’impegnava i gioielli del bambino. Zio Michele gli diede un milione, perché non voleva vedere il suo amico andare a mendicare da un altro.
Ritornai con la mente al presente: “Non vorrei poi vincere” dissi all’uomo con le carte in mano. E pensavo in che guaio mi ero cacciato. “Non c’è problema, se vince la faccio mio erede!” rispose a tono il cavaliere, diventando d’un tratto serioso. Indicò un cassetto e uno dei suoi sodali estrasse da esso carta e penna. Biscari cominciò con “Io sottoscritto Vincenzo Biscari cedo al qui presente dottor…” e cominciò ad elencare le sue proprietà e a scriverle sul foglio. Io lo volevo fermare, ma non ne ebbi il coraggio. Allora il cavaliere scoppiò in una risata nevrastenica. E facemmo tutti quanti finta che era stato un gioco. Poi guardò il pezzo di carta e ci disse che non sapeva se mettere in lista un ristorante di sua conoscenza oppure no: “Nostro è il ristorante di La Grua?” rimase con le mani a mezzaria con aria infastidita per pochi secondi “Sì, nostro è… Ma gentilmente in prestito”. Mi gelò il sangue e incominciai a mettere insieme i pezzi. Zio Michele me lo aveva detto
distrattamente qualche giorno prima della disgrazia, ma io credevo che scherzasse: “Antonio, quel disgraziato, s’è impegnato il ristorante e per sfuggire i debiti di gioco mi ha fatto mettere come titolare”. Non aveva saputo dire di no Zio Michele. Mi immaginai tutto quello che poteva essere successo. Fui serio, cupo: “E ditemi pure che cosa mi domandate, ma ditelo chiaramente e pochi giri di parole”. Sorpreso, Biscari si passò la mano sul volto, comunicandoci la sua stanchezza: “Il ristorante di La Grua, dateci… Datecelo o vi faremo venire un incredibile desiderio di farne a meno 4 utensile da cucina utilizzato per i liquidi 5 bambini e regalarcelo”. Le sue parole tagliarono l’aria. Io feci cenno col capo, mi alzai e il giorno dopo gli vendetti le macerie di quel posto. In breve ero già emigrato e scomparso dalla città.
***
Figlio mio, adesso dormi nella pancia di tua madre, lontano in un nord profondo e freddo, oltre il mare. Gli anni sono scorsi e ritorno alle mie radici. Ho letto sul giornale che sulla terra dove sono morti i nostri affetti sorgerà un altro monumento allo sviluppo. Lo hanno chiamato “Casinò Biscari”. Del resto, ce lo avevano promesso già anni addietro. E forse sapevano già dove farlo o come convincere il I giornali titolano che arriva a portare sviluppo, la gente spera. Alla tv locale, il sindaco ha sempre le stesse parole dolciastre, anche se la città è andata in cancrena. Le strade sono vuote, i giovani sono emigrati. Tutti quelli che sono rimasti aspettano, fissando le grandi gru e il cantiere. Un migliaio di poveri cristi s’incanterà alle macchinette del videopoker, mentre sempre la stessa inquietante musichetta, come un mantra, costruirà una gabbia attorno alle vite delle loro famiglie. Sul tavolo verde ci spruzzeranno il rosso del sangue di queste mani callose, fino a quando
non toglieranno loro anche la casa.
Non potevo restare dov’ero, caro figlio e sono qui per fare qualcosa ed evitare il peggio, più che per placare la memoria dei morti o la mia dannazione. Perché bambini come te, ma nati in un posto meno fortunato non debbano patire le mie stesse sofferenze. Ma chissà che cosa ne sarà di me. Affido a questo mio sbandato coraggio un riscatto che sogno da sempre.
1 stradina
2 antica razza canina siciliana utilizzata nella pastorizia
3 polvere
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