Aumenta il numero di vetrine chiuse in centro a Reggio Emilia
I cartelli "affittasi" sono cresciuti di un quinto in due anni. Un mini-viaggio dentro la crisi del commercio al dettaglio
REGGIO EMILIA. Com'è pesante questa crisi. Basta guardarsi intorno, passeggiando nel cuore della città, per notare il numero straordinario di negozi con le vetrine spente e con la scritta “affittasi”: impensabile sino a pochi anni fa. Guardate la situazione a livello nazionale, considerando che i dati relativi al 2014 si fermano ai primi otto mesi dell'anno, dunque solo i due terzi
Il fenomeno accomuna l'intera penisola, ma a quanto pare colpisce in maniera vistosa il nostro capoluogo. Tanto che, rispetto al 2012, Reggio ha visto chiudere i battenti a un numero impressionante di operatori al punto che i negozi da affittare sono aumentati di un quinto in soli 24 mesi. E non consola il fatto che sia andata peggio in quel di Parma, né che lo stesso guaio abbia colpito tante altre città come Bergamo, Salerno e Messina per fare qualche nome. Solo Perugia e Venezia, località turistiche per eccellenza, sono in controtendenza. E' quanto emerge da una indagine del Sole 24 Ore, che rielabora un report svolto da Confesercenti.
Il fenomeno è doppiamente dannoso perché da un lato diminuiscono i commercianti che assistono le città nel loro interno e si riduce la concorrenza, dall'altro perché questo specifico patrimonio immobiliare perde valore e ciò vale sia per i negozi nuovi che per quelli di carattere storico. Oltre alla contrazione dei consumi dovuta alla interminabile congiuntura negativa ci sono altre ragioni che hanno favorito questa inarrestabile discesa dei canoni? Lo abbiamo chiesto a Donatella Prampolini presidente provinciale di Confcommercio.
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«Per noi purtroppo - il primo commento - non è una novità e lo abbiamo detto da tempo. E' un frutto della crisi che mentre riduce le disponibilità di denaro sta determinando un cambiamento di carattere culturale dei consumi, ma è anche la conseguenza di alcune scelte politiche sbagliate».
«Emblematica - prosegue la Prampolini - è la decisione dell'ex ministro dell'Economia Monti di liberalizzare gli orari degli esercizi commerciali. Per i piccoli negozi è stata una terribile batosta perché i flussi dei consumatori sono stati deviati verso le grandi superfici capaci di offrire una varietà di prodotti. Si disse che la scelta nasceva dal desiderio di favorire chi deve fare acquisti e che quindi le vendite sarebbero aumentate, senza pensare che se non ci sono soldi anche tenendo aperto di notte non si vende nulla. Solo Italia, Bulgaria e Irlanda hanno commesso questo errore. Nelle capitali di altri Paesi sono ammesse aperture serali e festive, ma solo per brevi periodi in coincidenza con le maggiori festività e “solo” per i negozi con le piccole superfici. E' necessario rimettere ordine».
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Ma non è il solo problema. «Il carico fiscale e, per chi vuole essere in regola, il continuo cambiamento delle norme. Pesi insopportabili per tanti giovani che quindi rinunciano ad intraprendere».
Il direttore regionale di Confesercenti Stefano Bollettinari invoca il soccorso dei Comuni e della Regione, vista la paralisi della politica nazionale. La sua proposta consiste nella definizione di un canone d'affitto concordato fra le associazioni imprenditoriali e le proprietà immobiliari. Le une e le altre, con la mediazione degli enti locali, dovrebbero trovarsi intorno a un "tavolo tecnico" per studiare quale sia, nelle diverse zone, l'entità del canone abbastanza remunerativa per i proprietari ma non insostenibile per i conduttori in questo periodo di crisi. Potrebbe essere una boccata d'ossigeno per i negozi in maggiore difficoltà.
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«"Uno dei settori più colpiti - riferisce Lorenzo Reggiani della Confesercenti provinciale - è quello dell'abbigliamento e delle calzature, che ha subito un calo delle vendite del venti per cento. E' identico il calo del fatturato per i benzinai, ma all'infuori delle autostrade, dove si arriva addirittura al meno 30%. Se si escludono le pompe bianche e la grande distribuzione, che fanno un'efficace concorrenza, il calo può arrivare al 40%. Il rischio di fallimenti è reale».
Perfino gli alimentari, per loro natura anticiclici, sono in flessione. Così dicasi per gli elettrodomestici, dopo il boom del digitale finito nel 2011. Nei pubblici esercizi cresce la presenza dei cinesi: «A loro - osserva Reggiani - non manca la liquidità, ma non difettano neppure di capacità imprenditoriale. Su tutti gli esercizi, poi, incombe l'incubo della tassazione. Imu e Tares sono troppo pesanti. La tassa sui rifiuti non è commisurata all'effettiva quantità dei materiali depositati».
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