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Ucciso, legato e scaraventato nel Po

di Giancarlo Oliani
Ucciso, legato e scaraventato nel Po

Il macabro ritrovamento a San Benedetto (Mantova). Il 48enne Fausto Bottura era rinchiuso in due sacchi di plastica

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SAN BENEDETTO PO. Lo hanno ammazzato colpendolo violentemente alla nuca. L’hanno infilato in due sacchi di plastica legati tra di loro e poi gettato nelle acque del Po. Era sparito di casa mercoledì notte ma la famiglia ne aveva denunciato la scomparsa soltanto nella giornata di venerdì. Ieri mattina il suo ritrovamento nella sponda mantovana del Grande Fiume, accanto all’idrometro di Bardelle a San Benedetto Po.

La vittima è stata identificata: si tratta di Fausto Bottura, 48 anni, detto “Fafo”, residente a Magnacavallo (Mantova).

Il cadavere si trova ora nelle camere mortuarie dell’ospedale di Mantova dove questa mattina verrà eseguita l’autopsia. A confermarlo è il sostituto procuratore Silvia Bertuzzi che sta coordinando l’inchiesta, affidata ai carabinieri del reparto investigativo di Mantova, guidati dal luogotenente Claudio Zanon.

Vediamo di ricostruire l’intera vicenda. Fausto Bottura scompare di casa mercoledì notte ma, prima di far perdere le sue tracce, telefona al nipote Michele Bertarello, l’unico della famiglia con il quale va d’accordo. Ha infatti forti contrasti con la sorella Patrizia, alla quale contende la proprietà dell’abitazione in cui entrambi vivono, dopo averla ereditata dai genitori.

Bottura, verso 22,30 di mercoledì, telefona al nipote che in quel momento è in palestra e non vede la chiamata. Prova a richiamarlo in un secondo tempo sui due telefonini che il parente possiede, ma non riceve risposta. Il mattino dopo è il fratello che vive con la madre ad avvertire Michele che lo zio quella notte non è tornato a casa. La denuncia di scomparsa viene però presentata soltanto il venerdì mattina ai carabinieri di Magnacavallo che inoltrano la segnalazione al comando provinciale.

Arriviamo così alle nove di ieri mattina quando l’addetto alle pulizie dell’idrometro di Bardelle nota, in fondo alla scalinata, lo stesso sacco di plastica nero avvistato il giorno prima. È trattenuto dalle sterpaglie ed è a filo con le acque del fiume. Ma c’è qualcosa di strano. L’uomo scende i ripidi scalini e vede spuntare dal sacco un braccio e poi un addome. Telefona immediatamente ai carabinieri che, giunti sul posto, si rendono subito conto di trovarsi di fronte a un delitto. Un lungo tratto di strada arginale viene chiuso e presidiato dalle pattuglie della polizia locale e da quelle dell’Arma. Sul posto arriva anche il sostituto procuratore Silvia Bertuzzi, insieme al luogotenente Claudio Zanon. Viene eseguita una prima ispezione cadaverica e s’affaccia immediata l’ipotesi che si tratti di una morte violenta. L’uomo è rinchiuso in due sacchi: il primo infilato dalla testa, il secondo dai piedi in modo da contenere l’intero corpo. I sacchi sono legati in tre punti: ai piedi, alla cintola e al capo. Quest’ultimo presenta una vistosissima tumefazione all’altezza della nuca. Qualcuno l’ha colpito con un bastone o un oggetto metallico. La Scientifica fotografa ogni minimo particolare e tutta l’area intorno al cadavere viene passata al setaccio. Soltanto dopo oltre quattro ore la salma viene trasferita nelle camere mortuarie del Carlo Poma di Mantova dove questa mattina sarà eseguita l’autopsia. «Sarà questo esame - ha dichiarato il magistrato - a chiarirci le cause della morte. La vittima non è rimasta in acqua più di due giorni». Anche per questo riconoscerla non è stato difficile. Perché è stato ucciso? Qual è il movente? A quanto pare Bottura non aveva nemici. Gli unici contrasti degli ultimi tempi riguardavano un immobile conteso con la sorella.

Secondo una prima ricostruzione Bottura sarebbe stato ucciso in un posto diverso da quello in cui è stato rinvenuto, infilato e legato nei sacchi, trasportato in auto fino al fiume e poi gettato in acqua, dove c’è rimasto per non più di due giorni. Per tutta la giornata di ieri i carabinieri hanno sentito i parenti.

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