«Cinese morto per i turni di lavoro massacranti, fuori la verità»
Reggio Emilia:esposto della famiglia di un 48enne morto d'infarto per strada: lavorava in nero attaccando bottoni
REGGIO EMILIA. Venne trovato in fin di vita su un marciapiede nella zona industriale di Sesso nell'immediata periferia di Reggio Emilia, tre mesi fa. Stroncato, poco dopo, da un infarto a soli 48 anni. Ora, la famiglia vuole vederci chiaro e ha presentato un esposto in procura ponendo l’attenzione su due aspetti considerati cruciali.
Il primo: lavorava in nero in un laboratorio della zona, costretto a turni massacranti di 12/13 ore al giorno. Il secondo: una testimone racconta di qualcuno che, quando si sentì male, gli fece un’iniezione. Evidenze sulle quali ora sta cercando di fare piena luce il sostituto procuratore Giulia Stignani, che oltre ad aver aperto un fascicolo ha anche disposto il fermo della salma.
La vicenda è avvenuta all’interno della comunità cinese. Un mondo purtroppo spesso avvolto da silenzio e omertà, rotto più spesso dalle operazioni di controllo delle forze dell’ordine che per iniziativa dei soggetti coinvolti. Ma stavolta è diverso. Sono la figlia, una studentessa 21enne, e il fratello di Bi Xuegui, il 48enne morto lo scorso 12 settembre, a volere la verità su una vicenda ancora non chiara. Perchè se ormai è certo che si è trattato di infarto – come riscontrato dall’autopsia, chiesta dal medico che ha soccorso l’uomo – ancora non si sa cosa è successo prima. Per questo si sono rivolti a un legale - prima l’avvocatessa Carmen Pisanello e ora l’avvocato Vittorio Spagni - e hanno presentato un esposto in procura.
Bi Xuegui era in Italia da molti anni, con un regolare permesso di soggiorno e residenza a Milano. Ma dal 6 di settembre si era trasferito a Reggio, per lavorare in un laboratorio dove attaccano bottoni alle camicie.
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E’ morto sei giorni dopo. A dare l’allarme e a chiedere l’intervento dei soccorritori fu una chiamata partita dallo stesso telefono cellulare della vittima. Peccato, però, che l’uomo non sapesse una parola di italiano. Quando arrivò l’ambulanza era da solo. In strada. A terra. Agonizzante. Senza documenti.
A dare la notizia della morte alla famiglia in Cina fu un’amica connazionale. Fu sempre lei a fare da tramite tra l’uomo e il suo datore di lavoro, che le aveva chiesto l’invio a Reggio di manodopera per l’urgenza di alcune commesse. E fu quest’ultimo ad avvertirla della tragedia. Ma la donna ha raccontato ai familiari anche altri particolari: come che il giorno prima aveva sentito telefonicamente il 48enne, che si diceva molto affaticato da quei turni di lavoro massacranti che andavano dalle 10 alle 2 di notte. E di una iniezione che gli sarebbe stata fatta, non è chiaro da chi, quando si era sentito male.
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«Noi chiediamo che venga fatta piena luce - sono le parole dell’avvocato Vittorio Spagni (sopra) - L’autopsia parla di infarto, ma ci chiediamo se quei turni di lavoro possano avere avuto un peso sulla salute della vittima. E se non ci sia stata omissione di soccorso quando si è sentito male. Ipotizziamo almeno un omicidio colposo. Ancora non è stato possibile identificare quelli che erano i suoi datori di lavoro».
La famiglia aveva chiesto il nullaosta per la cremazione e il rimpatrio, ma la procura ha bloccato tutto per effettuare ulteriori accertamenti medico legali anche sulla base di quanto denunciato. «Intanto, a figlia e fratello il prossimo 28 dicembre scade il permesso per rimanere in Italia e dovranno rientrare in Cita» conclude Spagni.
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