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Esce di cella e si converte: ora vende rosari

Tiziano Soresina
Esce di cella e si converte: ora vende rosari

Dopo aver scontato la pena per rapina, Giovanni Turrà si è convertito. Ha incontrato la fede in una comunità religiosa dove è stato dopo la galera

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BRESCELLO  Quando leggi il Vangelo e le parole del Signore ti fanno male, allora vuol dire che sono entrate dentro di te, che ti ha indicato come cambiare vita». Giovanni Turrà, ex muratore di 46 anni, è un uomo che dai tormenti di un’esistenza “macchiata” da errori con la giustizia (pagati con oltre tre anni di carcere) ha saputo risorgere. Cinque anni fa era finito nei guai per una rapina, ancor prima i gravi problemi familiari a Lentigione con accuse e contraccuse fra lui e la sua convivente, con tanto di lite in casa finita nel sangue e lui, accoltellato dalla donna, che si salverà per miracolo grazie ad un tempestivo intervento chirurgico.

E’ una persona alla deriva quella che conosce il carcere, con difficoltà enormi anche a rapportarsi non solo con l’ormai ex convivente, ma pure con i tre figli, per non parlare della famiglia d’origine a Isola Capo Rizzuto (Crotone) con cui ha solo contatti sporadici. Si sente abbandonato da tutti e, a più riprese, chiederà ai suoi avvocati (i legali Noris Bucchi ed Elisabetta Strumia) di non attivarsi per farlo uscire di cella, cercando la via degli arresti domiciliari. «Ci ha sempre detto che stava meglio in carcere – confermano ancor oggi i due difensori – e una cosa simile non ci era mai capitata nella nostra attività professionale».

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E la situazione non cambia quando Turrà finisce di scontare la sua pena e torna a Brescello. Trova il deserto attorno a sè, non sa nemmeno dove andare a vivere, men che meno riesce a trovare un lavoro nella Bassa. Ed è talmente disperato che si rivolge addirittura a chi anni prima l’aveva “incastrato”, cioè il comandante dei carabinieri del paese, il maresciallo Stefano Airini. «La gente mi scansa perché mi ritiene un delinquente – spiega ora il 46enne, ma sono le stesse considerazioni che ha fatto al maresciallo – ma i miei errori li ho pagati, non ho mai maltrattato i miei figli. Eppure il marchio è rimasto e in queste condizioni il carcere è meglio, anche a costo di fare una stupidata pur di tornare in cella».

Il maresciallo lo indirizza verso una comunità: si chiama “Il cenacolo” e si trova a Saluzzo (Cuneo). E’ una delle 63 case, sparse in tutto il mondo, che fanno capo a madre Elvira. Sarà il momento di svolta. «Lì ho scoperto il Signore – spiega con trasporto – ho trovato la spinta per cambiare vita, ho smesso di fumare e di bere. Don Massimo mi ha aiutato tantissimo, ha un cuore grande. E il Signore mi ha chiesto di dare una mano ai ragazzi ospitati dalla comunità. Ho trovato la mia dimensione, mi sono convertito. Non ho più vizi, non faccio più peccati».

E’, quindi, una persona radicalmente diversa quella che, una volta esaurita l’esperienza in comunità, è rientrata a Brescello. Al momento il suo problema più impellente è la casa: vive temporaneamente nella vicina Viadana (Mantova), grazie all’interessamento di una persona che ha conosciuto in chiesa. «Ma ho già parlato a Brescello con il sindaco Marcello Coffrini – rimarca Turrà – e mi ha promesso che a marzo otterrò un alloggio pubblico».

E il vivere nella fede significa per lui anche aver trovato un lavoro che lo soddisfa. E’ orgoglioso dei rosari, braccialetti, orecchini che crea con sorprendente manualità. Usa i semi di una pianta, perline, medagliette. Sono oggetti delicati, che vende personalmente (in cattedrale a Bologna, in centro a Milano, a Parma davanti alla chiesa della Steccata), oppure tramite alcuni sacerdoti (fra cui il cappellano del carcere di Reggio e il prete che segue i detenuti nella struttura di Massa dove Turrà ha espiato gran parte della pena).

Ha un gran desiderio di stare vicino ai suoi figli, dice di essere sereno nonostante paghi ancora i pregiudizi di chi ben conosce i suoi trascorsi di rapinatore. «Ho compiuto un percorso per cambiare rotta e ci sono riuscito, ora spero di trovare dalle istituzioni un appoggio concreto, perché non voglio tornare indietro. E spero anche che questa mia conversione sia di esempio per tante altre persone»

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