REGGIO EMILIA
"Il 5% della comunità cutrese paga il pizzo"
di Mauro Grasselli
Mafie al Nord, Federica Cabras dell’Osservatorio sulla criminalità: qui non ci sono beni confiscati, ma atti intimidatori e auto che non bruciano da sole
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REGGIO EMILIA. «Nella realtà reggiana non ci sono beni confiscati, e questo potrebbe far pensare che la criminalità organizzata non ci sia – afferma Federica Cabras dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata, legato all’Università di Milano – ma ci sono atti intimidatori, incendi, auto che non bruciano da sole. E una comunità cutrese molto numerosa, composta da molti imprenditori edili. Una minima parte di questa comunità è legata a questi fenomeni. E il 5% paga il pizzo».
Parole che risuonano in municipio nell’ambito dell’audizione dell’Osservatorio sulla criminalità, chiesta dal Movimento 5 Stelle, che ha coinvolto la Commissione sviluppo economico, innovazione, attività produttive e cultura della legalità.
La situazione reggiana è diversa da quella dei territori palesemente sotto il controllo della criminalità organizzata, per l’assenza di “presidi stabili” di potere ndranghetista; per il numero esiguo di beni confiscati; per l’uso della violenza pressoché assente rispetto agli anni ’90, in cui a Reggio Emilia si consumò una vera e propria guerra tra faide. Inoltre, ad oggi non emergono rapporti concreti tra esponenti dei clan e la politica locale, anche se sono stati accertati episodi di contatto, talvolta inconsapevoli, tra il mondo politico e quello mafioso.
I membri della commissione hanno posto quesiti a Federica Cabras, la quale, pur sottolineando le differenze con quanto avviene, ad esempio, in Calabria, ha citato episodi inquietanti come la cena avvenuta nel settembre 2012, cui parteciparono esponenti politici e soggetti riconducibili alle mafie, e i viaggi preelettorali a Cutro da parte di alcuni candidati.
Per Norberto Vaccari, capogruppo M5S, «Reggio si arricchì anche grazie alla parte sana della comunità calabrese, ma la parte non sana si è radicata qui con sistemi molto pacati, e ora, in tempi di crisi, può mettere a disposizione somme di denaro non trasparenti, inquinando il mondo economico». Alessandra Guatteri (M5S): «Il certificato antimafia funziona davvero o lascia spazio all’infiltrazione?»
Cinzia Rubertelli (Grande Reggio): «Come mai chi era in consiglio comunale prima di noi è stato così lento a rendersi conto di quel che è successo? Ed esiste, a Reggio, anche la criminalità straniera?» Gianluca Cantergiani (Pd) ha parlato delle proprie esperienze lavorative con aziende meridionali e della difficoltà oggettiva a «sapere se dietro una persona c’è una scatola cinese con vari livelli. Tanti cadono in rapporti mafiosi in modo inconsapevole. Questi non si presentano con la coppola e il fucile. E noi non siamo la polizia, non è facile sapere e capire».
Federica Cabras, sempre parlando di Reggio e dintorni, ha definito le mafie molto interessate al post-terremoto. Al capogruppo Pd Andrea Capelli, che rifiutava l’automatismo della collusione per «chi va a Cutro», la relatrice ha risposto che «quando si parla di contatti politici, ci sono molti contatti inconsapevoli. E questo vale anche per gli imprenditori, perché spesso ci sono dei prestanome».
Cabras ha poi indicato l’usura quale «elemento trasversale da tenere in considerazione, più del pizzo, che qui non è radicato quanto in Calabria». Ha poi chiarito che i colletti bianchi «non necessariamente si occupano di alta finanza, ma hanno una grande disponibilità di denaro».
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