Ceramica, la ripresa c’è ma non in Italia
Confindustria: «Vendite in crescita dello 0,8%, sul nostro mercato si è perso il 7%. Le istituzioni devono aiutarci»
CASTELLARANO. I segnali positivi per l'industria delle piastrelle ceramiche questa volta ci sono, e sono inequivocabili. Resta il solo dato negativo delle vendite in Italia, unico mercato che davvero recede (da un massimo di 180 milioni di metri quadrati, venduti anni fa, oggi siamo a 80, e anche nel 2014 si è perso il 7%) ma tutti gli altri indicatori sono positivi. Cresce del 4,5% la produzione, che sale a 380 milioni di metri; crescono del 3% le vendite all'estero; crescono le vendite in generale, a 392 milioni di metri (più 0,8%) che sono più di quelli prodotti, grazie al progressivo svuotamento dei magazzini, che concorre ora anche all'aumento della nuova produzione.
«Non colmiamo ancora i cali subiti negli ultimi sette anni – commenta il presidente di Confindustria Ceramica, Vittorio Borelli – ma i segnali sono positivi, importanti. Il consumo mondiale di piastrelle continua a crescere, ora è a 11,7 miliardi di metri, più 4,4% e le quote di mercato sono lì da conquistare: ci siamo anche noi. Abbiamo ottenuto ottimi risultati in Nord America, in Africa e nei paesi asiatici».
Ottimismo giustificato anche dalle previsioni sul 2015 formulate da Prometeia, che fissa la crescita delle vendite a un alto più 2,2% e della produzione a un più 2,3. Ovviamente c’è anche il rovescio della medaglia, che se non ci fosse contribuirebbe ad una crescita più decisa. Sul piano occupazionale ci sono ancora sofferenze: «Questo settore si è profondamente ristrutturato – spiega il direttore di Confindustria Ceramica, Armando Cafiero – e non tornerà più ai livelli occupazionali di una volta. Ma ha sofferto meno di altri Paesi e altri settori produttivi; ha saputo contenere le difficoltà e ricorrere a forme innovative di ammortizzatori sociali. Siamo fra le imprese che hanno adottato in misura maggiore i contratti di solidarietà. Diversi tipi di ammortizzatori stanno arrivando a conclusione». Poi c'è il tema energetico, che penalizza l'industria della ceramica: «La decisione di tassare la produzione energetica da cogenerazione, che è un nostro fiore all'occhiello, rappresenta uno di quei casi tipici in cui il sistema Paese non aiuta e colpisce un'industria virtuosa. Con questo sistema evitiamo di disperdere energia e calore, riutilizzandoli nel processo di atomizzazione. Dovremmo essere premiati, e invece veniamo tassati. Poi c'è la maggiorazione dell'Imu sui capannoni con macchinari fissi, altro controsenso: investiamo in nuovi impianti e veniamo tassati per questo».
E poi c'è la crisi mondiale che serpeggia: adesso è la volta della Russia, del rischio default e della svalutazione selvaggia del rublo: «Era un mercato importante e attivo che adesso presenta grandi problemi (negli ultimi mesi un calo del fatturato del 13% per chi produce e vende in Russia), ma ci crediamo e ci investiremo ancora, intensificando la presenza italiana alla più grande fiera industriale del Paese». Infine, altri mercati mettono in difficoltà l'export da record della ceramica italiana (ormai all'80 per cento): «Ecuador, Arabia Saudita e altri Paesi si sono inventati complessi sistemi di certificazione per rendere difficoltosa la spedizione dei nostri prodotti. Su questo possono venirci in aiuto le istituzioni, come è accaduto per altri Paesi nostri competitor».
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