Grande Aracri resta sorvegliato speciale
La Corte d’Appello rigetta il ricorso dell’imprenditore edile cutrese: «Nessuna prova che abbia chiuso con il clan»
REGGIO EMILIA. E’ stato rigettato il ricorso presentato dai legali di Francesco Grande Aracri contro la misura personale di sorvegliato speciale scattata ormai un anno fa, contestualmente al sequestro preventivo dei suoi beni.
I giudici della Corte d’Appello di Bologna hanno infatti confermato quanto già deciso in primo grado dal tribunale di Reggio. La sentenza firmata dal presidente, il giudice Daniela Magagnoli, per motivare la decisone è chiara: «Non è stata in alcun modo dimostrata una volontà del prevenuto di recedere i legami con tale contesto, ma è invece emerso il permanere in campo a costui i vincoli familiari e sociali molto stretti, anche con soggetti pregiudicati». E per “tale contesto”, i giudici fanno riferimento all’associazione di stampo mafioso dei Grande Aracri.
Nella sentenza, si ripercorrono le vicende giudiziarie che riguardano l’imprenditore edile cutrese di stanza a Brescello ormai da decenni. A partire dalla condanna,diventata definitiva nel 2007, a tre anni e sei mesi per associazione mafiosa. E al ruolo «rilevante» svolto da Francesco Grande Aracri, in particolare dopo l’arresto del fratello Nicolino quando per gli investigatori avrebbe svolto un ruolo di «facente funzione» del parente, capo indiscusso.
I giudici d’Appello replicano così alle evidenze proposte dall’avvocato difensore Alessandro Sivelli, quando sostengono nel loro ricorso che l’imprenditore dopo aver scontato quella pena, e la successiva misura di libertà vigilata cessata nel 2013, non si sia mai macchiato di reati. «Le organizzaioni mafiose - scrivono - soprattutto in territori quale quello Reggiano non agiscono commettendo reati, bensì creando un vincolo di assoggettamento e paura connesso alla presenza della struttura criminale nella comunità, inserendosi nel tessuto economico con strumenti anche di per sé leciti».
Per aggiungere: «Grande Aracri non ha mai manifestato resipiscenza, consapevolezza del disvalore sociale delle proprie condotte, presa di distanza dei modelli criminali che queste esprimevano, avendo sempre negato ogni addebito; lo stesso continua inoltre, come osservato, a frequentare il medesimo ambiente nel quale i fatti maturavano. E in particolare la piena sovrapposizione tra contesto familiare e ambiente criminale che caratterizza il caso in esame, comporta che non si possa recedere dal secondo senza prendere le distanze anche dal primo».
Si fa riferimento anche al denaro. «Poco importa che i rapporti con le banche non presentassero anomalie e che i clienti della Eurogrande fossero soggetti incensurati dalla condotta regolare - aggiunge - lungi dall’essere definitivamente dissociato dalle scelte criminali del passato, ne gestisca invece i frutti». Ragioni che motivano il rigetto del ricorso e la conferma della misura.
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