Quando il cinema porno era di casa a Reggio Emilia
Dai fasti al declino, sale specializzate e spettacoli a teatro. Le luci rosse in città erano sempre accese. Poi l'home video ha spazzato via tutto
REGGIO EMILIA Lo studio pubblicato di recente da due storici del cinema ha permesso di riscoprire che il “varo” del cinema pornografico in Italia avvenne proprio a Reggio Emilia, nell’autunno del 1901, quando al teatro Ariosto, già attrezzato per le proiezioni, non si trovò più una poltrona per lo spettacolo “Serata nera”, una sequenza di filmati dal contenuto esplicito. Ovviamente muti, ammesso che di parole ci fosse bisogno. La locandina, trovata alla biblioteca Panizzi e pubblicata pochi giorni fa dalla Gazzetta, ci rivela che i prezzi dei biglietti vennero notevolmente rialzati e che ancora più costosi erano quelli della prima fila. Anche i miopi, pagando, potevano vederne delle belle.
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Quella serata del 1901 fu solo la prima occasione per un divertimento (a quell’epoca rigorosamente maschile) che non fece fatica a trovare presa in tutta Italia, da Nord a Sud. La rigidissima morale italiana non si faceva scrupolo di chiudere entrambi gli occhi di fronte alle case di tolleranza che, anzi, facevano parte delle “attrattive” di tutte le città, e proprio all’interno dei bordelli (almeno in quelli cosiddetti di lusso) la cinematografia pornografica trovò un proprio spazio codificato. La proiezione di filmetti hard faceva parte dell’offerta ai clienti. Gli italiani coniarono subito un neologismo, erano i cosiddetti film “pornelli”, cioé i porno destinati ai bordelli.
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Il cinema che poi sarebbe stato battezzato hard o a luci rosse rimase comunque in una situazione di semiclandestinità per decenni, fra balzi in avanti e repentini passi indietro, anche in base all’evolversi della legislazione e all’orientamento della magistratura. Oggi la visione fa sorridere, ma nel 1941 (in piena guerra) i reggiani e tutti gli italiani restarono sconvolti vedendo al cinema il seno nudo di Clara Calamai, diva del momento. Accadeva nel film “La cena delle beffe” di Alessandro Blasetti, con Amedeo Nazzari.
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HARD MA NON TANTO. Su quanto è successo nel cinema italiano fra anni 60 e 70 sono state scritte montagne di libri e molte di quelle pagine avrebbero potuto essere dedicate a Reggio. Il sesso al cinema continuava ad essere nella testa degli italiani, visto che nelle famiglie e nelle scuole se ne parlava poco o niente. Non si contavano i B movies a sfondo erotico costruiti sulla base delle scenografie di qualche film mitologico ambientato all’epoca dei romani o nel medioevo. Qualche culo nudo, qualche pezzo di tetta e niente più. Addirittura nei primissimi anni 70, sfruttando la grande eco dei film di Pasolini si inventò il genere decamerotico, con avventure sexy ambientate in un improbabile medioevo popolato di fratacchioni sempre pronti ad infrangere il voto di castità. Ma non c’era solo il cinema. E Reggio ancora una volta si trovava in prima fila nel cavalcare l’onda del successo.
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ANCHE A TEATRO. Il teatro Ariosto, che già abbiamo visto furoreggiare nella bella epoque, fin quasi alla fine degli anni Settanta ha continuato a proporre una forma di intrattenimento che davvero aveva mosso le folle nell’immediato dopoguerra: l’avanspettacolo. Si trattava di spettacoli composti da vari numeri accompagnati dalla musica e popolati di belle ragazze, raramente di grande talento ma spesso dalle lunghe gambe. I re di questo genere a Reggio erano i fratelli Varolli: Benito, Romano, Amos e Gabriele.
«Avevamo in gestione l’Ariosto – ricorda Romano, che oggi ha 83 anni – e per tanto tempo abbiamo programmato gli spettacoli delle migliori compagnie di rivista. Venivano personaggi come Totò, Dapporto, Macario, gente che ha fatto la storia del teatro leggero italiano».
Negli anni Cinquanta queste compagnie di giro erano miniere d’oro: per gli impresari, per gli attori, per i gestori delle sale. Totò diventò ricchissimo certo grazie ai film ma ancora di più grazie agli ingaggi che riscuoteva con la compagnia di giro, finché la salute glielo permise.
Tuttavia l’avvento della tv finì per dare un grosso colpo non solo al cinema ma soprattutto alla rivista, anche perché le gambe nude cominciavano a farsi vedere fuori dai teatri. L’Ariosto tenne duro fino alla seconda metà degli anni 70 quando nella serata più morta della settimana – il lunedì – andava in scena ancora una volta l’avanspettacolo, che nel frattempo per attirare ancora qualcuno si era fatto più coraggioso, proponendo lo spogliarello integrale di qualche ballerina. Fino al 1977 il cartellone della rivista quasi-hard davanti all’Ariosto era la tappa obbligata di tutti gli studenti diretti a scuola. Nel frattempo a dare una botta alla rivista ci pensava ancora una volta la televisione, con la nascita delle emittenti private che varcarono con entusiasmo la soglia del comune senso del pudore. Lo fecero gettando scompiglio in famiglia, programmando i primi film sexy di notte.
VIETATO DORMIRE. L’esperienza del film del dopo mezzanotte venne adottata anche dalla neonata Telereggio, che da subito era entrata nel cuore dei reggiani. Qualche sera alla settimana, il battere delle 24 coincideva con l’inizio della proiezione. Anche stavolta un culo nudo e un pezzo di tetta ma per quell’epoca bastava e avanzava. Pochi anni più tardi la frittata veniva completata con l’arrivo nelle case di Tele Alto Milanese, il colpo di grazia al sonno dei reggiani.
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ESPERIENZE CULT. Il cinema a luci rosse non viveva però solo nel buio delle notti ma trovava impensabili spazi cult. In via San Carlo un gruppo di ragazzi che si riconoscevano nella Fgci (sigla che stava per giovani comunisti) aveva dato vita al Circolo Jackson, dove si facevano musica e cinema. Una sera si organizzò la proiezione di pornelli, appunti i filmini degli anni Dieci. Il locale era piccolo, la coda arrivava fino al gelataio dall’altra parte della strada. Sempre alla fine dei 70 il Jackson proiettò clandestinamente “Ultimo tango a Parigi”, messo al rogo dalla censura italiana e salvato in una copia a 16 millimetri. Ci fu da litigare per il posto.
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GLI SPECIALIZZATI. Con lo sdoganamento dell’hard-core e l’imperversare della televisione, il cinema generalista visse una nuova difficile crisi, dalla quale qualcuno trovò una particolare via d’uscita. Anche a Reggio nacquero le sale a luci rosse. In città c’era il “Roma” di via Mentana – partito nel 1942 come sala che programmava film di tutti i tipi, compresi i cartoni animati –, presto soprannominato dagli affezionari “la corriera” perché la sala era lunga e stretta. Ma a Cella c’era anche il “Jolly” e in centro l’Eliseo di proprietà, anche quello, dei fratelli Varolli.
«Per anni e anni – è sempre Romano a raccontare – abbiamo proiettato i film seri più belli d’Europa, quelli che gli altri cinema non riuscivano a fare. Poi con gli anni Ottanta le cose non andavano più bene e siamo passati al porno. Agli inizi veniva gente che non conoscevamo, soprattutto persone da fuori Reggio, di Modena o di Parma, che arrivavano qui per paura di essere riconosciuti nella loro città. Poi, poco alla volta, sono venuti anche i reggiani e si è creata una cerchia di amici. C’erano anche le donne, ma non alla sera, venivano al pomeriggio. Perché in quegli anni il cinema apriva alle 14.30. Abbiamo smesso quando cominciavamo ad essere avanti con gli anni».
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L’home video ha posto la pietra tombale sulle sale hard, tuttavia il sexy, se di qualità, non smette di piacere anche al cinema. Lo sa persino un cinema pubblico come il Rosebud. Nel 1992 organizzò una personale del regista cult Russ Meyer, il cantore delle tettone. Risultato: tutto pieno, gente in piedi .
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