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Con il “Reggianello” sfida il Consorzio

Roberto Fontanili
Con il “Reggianello” sfida il Consorzio

Roberto Molinari ha solo tre vacche da latte ma ha depositato il suo marchio nonostante qualcuno l’avesse sconsigliato

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REGGIO EMILIA. Dal latte di tre vacche e dalla testardaggine di un piccolo produttore, che si è costruito da solo un piccolo caseificio aziendale sulle colline di Canossa, è nato il "Reggianello" che al mercato contadino trova tanti estimatori. Un formaggio grana da pasteggio da consumarsi fresco, con tanto di marchio registrato alla Camera di commercio.

«Il mio è un prodotto di nicchia, ne produco solo cinquanta forme da diciotto chili l'anno, ma per le sue caratteristiche ha destato l'interesse anche di Slow food», ci racconta Roberto Molinari, che ha tutta l'intenzione di continuare a produrre il "Reggianello", così come fa con il "caciocavallo reggiano" di sette tipi diversi. E nonostante gli inviti ripetuti del Consorzio di Tutela del Parmigiano Reggiano a lasciar perdere per non rischiare di doversi difendere dall'accusa di concorrenza sleale, va testardamente avanti.

Il "Reggianello, per la sua quantità e la sua diffusione che è esclusivamente locale, non è nemmeno una puntura di spillo per il Consorzio di Tutela del Parmigiano Reggiano, ma qualche "fastidio" Molinari deve averlo creato, se in più di un'occasione dall'ente di tutela è arrivato l'invito a desistere. Roberto Molinari, per il quale l'agricoltura è prima di tutto una scelta di vita, ha invece l'intenzione di continuare una battaglia sotterranea che si trascina da qualche anno.

«Non ho soldi per l'avvocato, ma se dovrò andare in Tribunale spiegherò al giudice che il mio è davvero un prodotto reggiano doc. Il Parmigiano Reggiano viene fatto scremando una parte di latte, in mio Reggianello è fatto con latte intero e con il fieno della mia terra», continua per nulla intimorito Molinari, che assieme alla moglie e al figlio Michele conduce l'azienda "El Ramicero" a Roncaglio di Canossa.

Venticinque ettari di terra scomoda sui quali Roberto, primo di sette fratelli, è arrivato da Brescia (dove è ancora iscritto all'Albo dei geometri), a fine degli anni Novanta e su cui ha scelto di vivere. E su quella terra scoscesa pian piano ha creato un'azienda agricola a indirizzo biologico a cui poi si è aggiunta negli ultimi anni una fattoria didattica. Reggio è stata scelta non a caso, ma perché, dice Molinari, «era la terra delle cooperative e dei consorzi».

Tutto è iniziato qualche anno fa, racconta Molinari ricostruendo la sua personale sfida all'agricoltura moderna. «Quando è uscito un bando della Camera di commercio che stimolava le imprese a brevettare dei marchi e ho pensato di produrre un formaggio reggiano da pasteggio senza latte fermentato. Vedo che il marchio Reggianello è libero e lo registro. Mentre la pratica, con l'aiuto della Camera di commercio che mi ha sostenuto, va avanti, dal Consorzio arriva una prima telefonata in cui mi si dice che l'uso del nome Reggianello può indurre in errore il consumatore. Io avevo già speso 450 euro per la registrazione e se mi li avessero rimborsati mi sarei arreso. Invece mi hanno solo intimato di non usare il nome Reggianello».

Molinari va avanti e dopo qualche mese la pratica si chiude con la registrazione del marchio. «Il mio formaggio - si infervora Molinari - è stagionato dagli otto ai dodici mesi e lo vendo a 12 euro il chilo». Una manna per chi ha un'azienda di soli venticinque ettari e cinque mucche da latte. «Il reddito arriva dal formaggio - conclude Molinari - da qualche vitello da carne, da qualche maiale e dal fieno. Ho anche realizzato un impianto fotovoltaico e una parte dell'energia prodotta la vendo. Per resistere a fare agricoltura di montagna bisogna variare e così è nata la fattoria didattica dove ci sono gli asini e tutti gli animali che i bambini possono visitare senza pagare niente e insegnando loro il valore del cibo e della terra».

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