Gazzetta di Reggio

Reggio

Ricorso al Ministero dell’ex investigatore per l’arma contestata

di Tiziano Soresina
Ricorso al Ministero dell’ex investigatore per l’arma contestata

Nell’abitazione trovate anche 90 cartucce e delle manette Il difensore: «Tutto già chiarito, è minacciato dalle cosche»

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REGGIO EMILIA. Si è a dir poco inasprito, sul piano giudiziario, il caso del sottufficiale dei carabinieri in pensione a cui – dal 2010 – non è stato rinnovato il porto d'armi perché continuerebbe a frequentare pregiudicati, nonché persone contigue alla cosca cutrese Grande Aracri.

L'accusa è di quelle infamanti, soprattutto per un uomo che per 24 anni ha prestato servizio nell'Arma. Inoltre, come già raccontato dalla Gazzetta, l'ex militare ribalta anche paradossalmente le cose, dicendo di sentirsi in grave pericolo perché minacciato più volte di morte proprio da affiliati alla 'ndrangheta che gliela vorrebbero far pagare per vecchie ruggini legate alla sua passata attività di carabiniere che cercava, tramite informatori, dritte sulla malavita organizzata calabrese nel Reggiano.

Minacce denunciate in procura e su cui gli inquirenti stanno indagando. Ma il comando provinciale dell'Arma e la Prefettura non hanno cambiato idea sul conto del militare in pensione, visto che – di recente – all'ex sottufficiale 56enne è stato notificato un decreto prefettizio con cui gli si vieta "di detenere armi, munizioni e materie esplodenti" e gli si intima "di cedere le stesse a persona non convivente entro il termine di 30 giorni dalla data di notificazione". Questa ulteriore "mossa" della Prefettura si basa su un controllo effettuato tempo fa dai carabinieri nell'abitazione del collega in pensione, in cui erano spuntate 90 cartucce e un paio di manette detenute illegalmente, inoltre all'ex sottufficiale era stata sequestrata la pistola (una Tanfoglio calibro 9x21). E questo controllo era stato innescato da un informatore dei carabinieri che aveva puntato il dito sul militare in pensione, come possessore di armi non denunciate e in procinto di essere cedute a terzi. Un "quadro" a dir poco fosco a cui l'ex sottufficiale ha replicato, affiancato dall'avvocato Giovanni Tarquini, chiedendo al Ministero dell'Interno l'annullamento del decreto prefettizio. Il caso, quindi, da Reggio Emilia si sposta a Roma. E l'avvocato Tarquini parla esplicitamente di abuso. Il legale "attacca" il provvedimento su diversi fronti. In primis rimarca come nel corso del 2014 la procura abbia già restituito al sottufficiale in pensione sia la pistola che le 90 cartucce sequestrate, sulla scia delle spiegazioni date dall'ex militare agli inquirenti. Insomma, prima si restituisce, poi arriva il decreto prefettizio che deve cedere arma e munizioni: «Non si è tenuto minimamente conto – sottolinea il legale – degli sviluppi del procedimento». Relativamente al non meglio precisato informatore, l’avvocato Tarquini ha già presentato denuncia per calunnia.

«Siamo di fronte – conclude Tarquini – ad un pesantissimo pregiudizio mai provato e di una genericità disarmante che cozza con i più elementari principi di uno Stato di diritto. La situazione oggi è tale che il mio assistito si trova in una oggettiva condizione di rischio dell’incolumità sua e dei suoi familiari, senza alcuna possibilità di tutela nè privata e nè da parte degli organi istituzionalmente preposti a tale compito».

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