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Da Reggio Emilia alla Grecia: così Ivano Scianti riuscì a rubare i capolavori di Raffaello

Tiziano Soresina
Da Reggio Emilia alla Grecia: così Ivano Scianti riuscì a rubare i capolavori di Raffaello

Novembre 1983: dal Museo di Belle arti di Budapest vengono trafugati sette capolavori del Rinascimento, tra cui la Madonna di Esterhazy di Raffaello. Trentun anni dopo, il reggiano a capo della banda racconta per la prima volta cosa avvenne
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REGGIO EMILIA. Sette capolavori della pittura italiana rubati in una notte, mettendo di colpo in ginocchio la granitica sicurezza interna del blocco sovietico. Fu il colpo del secolo scorso, nel Museo di Belle Arti di Budapest. Trentun anni fa. Ladri capaci, in mezz’ora, di smontare e mettere dentro dei sacchi di juta, nemmeno fossero volgari croste, dipinti di Raffaello, Giorgione, Tintoretto, Giambattista e Giandomenico Tiepolo… Per poi dileguarsi.

Un colpo su commissione, progettato e realizzato da una banda italiana, con Reggio Emilia come fulcro operativo: la “mente” è Ivano Scianti, uno passato – a cavallo degli anni Settanta-Ottanta – con nonchalance dalle razzie di forme di Parmigiano-Reggiano ai ben più redditizi furti di opere d'arte e mobili antichi. Le brillanti intuizioni dei carabinieri italiani e della polizia ungherese porteranno, in soli due mesi, al rocambolesco ritrovamento di quel tesoretto, lasciando però aperti non pochi retroscena su questa vicenda.

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Trentuno anno dopo Ivano Scianti, reggiano capo della banda e soprannominato ai tempi l'Arsenio Lupin dell'arte, ha deciso di rompere il silenzio su quel clamoroso furto nella notte tra il 5 e il 6 novembre 1983 che ebbe un clamore internazionale senza pari. Lui, quella notte tra sabato e domenica, ebbe fra le mani la piccola ma splendida tavola raffaellesca conosciuta come "Madonna di Esterhazy" che in questi giorni fa bella mostra di sé a Milano, a Palazzo Marino.

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Ricorda tutto come fosse ieri. Per vuotare il sacco con il cronista ha voluto però al suo fianco ("Non si sa mai") il legale, l'avvocato Alessandro Conti. Fa un sacco di puntualizzazioni rispetto a quanto emerse dalle indagini, rimanendo sfumato, se non omertoso, solo su due oscuri "passaggi" di questa incredibile storia: l'appoggio, a cose fatte, di non meglio identificati servizi segreti e, soprattutto, chi commissionò il colpo.

"Non lo farò mai quel nome - è il suo esordio a muso duro - hanno provato in tutti i modi di farmi crollare, mettendomi anche sei mesi in cella d'isolamento a Rebibbia, roba da impazzire, non sapevo nemmeno se era giorno o notte. Una cosa però la voglio dire subito: quei quadri dovevano finire a New York e io dovevo incassare in Svizzera, in più tranche, dai due ai tre milioni di dollari. Il colpo andò male e io non volli più quei soldi, non sono mai stato uno da ricatti". Ma siamo già alla fine del film ("La mia vita - rimarca - è come un film! Sono pronto per una sceneggiatura") ed è, quindi, necessario riavvolgere il nastro.

La progettazione del colpo

Siamo nell'autunno '83 e Scianti viene contattato per quella che gli viene prospettata come una sorta di missione impossibile: far man bassa di opere di maestri italiani nel museo di Budapest. "Conoscevo quella persona, gli avevo venduto dei quadri rubati. Amante dell'arte, competente, non credeva che saremmo riusciti a fare quel colpo. Invece… Mi diede un anticipo e con quei soldi iniziai a progettare il furto. Ero conscio di rischiare molto, perché sapevo di gente fucilata all'Est per il furto di dieci maiali…". Ma ha tutto in testa Scianti e la "regìa" non può prescindere dal suo amico fidato nonché complice "storico" Graziano Iori.

I due reggiani si stabiliscono per un mese a Budapest, prendono un appartamento in affitto e cominciano a studiare quanto avviene nel museo di piazza degli Eroi. "Cerchiamo di non dare nell'occhio, ci vestiamo come gli ungheresi, più volte visitiamo il museo e in specifico la sezione italiana. Il servizio di sicurezza? Quelle guardie comuniste erano troppo sicure di sé, con quel passo dell'oca e quei mitra spianati. Avevamo individuato bene i passaggi notturni delle guardie, coincidenti con l'accendere e lo spegnere le luci all'interno del museo. Quando la luce veniva spenta, sapevamo d'avere un'ora di tempo per agire indisturbati".

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Sfruttarono anche altri vantaggi: la piazza era poco illuminata a causa delle ristrettezze economiche, il sistema d'allarme (a fasci di luce) a dir poco rudimentale e facilmente aggirabile, sul retro del museo c'era da tempo un'impalcatura legata a lavori di restauro che andavano a rilento e proprio da lì decisero di arrampicarsi per poi forzare una finestra. Insomma, era tutto deciso. Nel frattempo a Budapest i due avevano, in un night, la bellissima sedicenne ungherese Katalin Jonas: parlava bene l'italiano e si innamorò ben preso di Iori. A lei, che frequentava la malavita locale, venne chiesto di trovare due "pali": saranno Gusztav Kovacs e Jozsef Raffai "Nella notte del colpo ci aspettarono fuori dal museo, al volante delle loro Trabant, per poi sgommare via. Li ricompensammo lasciandogli il "Ritratto di giovane" di Raffaello".

Il resto della banda, però, Scianti la reclutò in Italia: "Una settimana prima del colpo arrivò, da Reggio, Giacomo Morini: lo scelsi perché era incensurato, un insospettabile con un gran bisogno di soldi. Una macchietta e nessuno avrebbe sospettato alla frontiera che nella sua Fiat Ritmo rossa nascondeva tutti quei capolavori che, infatti, portò poi a destinazione, venendo ricompensato. Due tre giorni prima, giunsero invece dalla Campania due che non mi avevano mai tradito". Quest'ultima allusione è per Giordano Incerti e Carmine Palese. Ma siamo già alla notte del furto, intorno alle 20.30.

La notte del furto

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La luce si spegne e in tre, vestiti di nero e con i guanti, si arrampicano sull'impalcatura: Scianti, Iori e Incerti. Gli altri attendono fuori. "Arriviamo su una terrazza, forziamo una finestra, entriamo nel museo, ben sapendo come fare per non attivare il sistema d'allarme. Nella sezione italiana stacchiamo in fretta i sette quadri dalle pareti, togliamo come possiamo le cornici e infiliamo i dipinti nei sacchi di juta. Lasciammo apposta un cacciavite di marca "Usag" che pensavamo fosse di fabbricazione statunitense (invece la ditta è di Milano, ndr) per far ricadere la colpa sugli americani ed alzare un polverone diplomatico Urss contro Usa. Doveva essere un depistaggio, commettemmo invece un errore".

Per Scianti quel colpo fu un gioco da ragazzi ("Era ben più difficile e faticoso rubare le forme di formaggio…") e una volta ridiscesi, sempre attraverso l'impalcatura, via in fretta con le due Trabant. La banda si divide subito. Scianti e Iori, in treno, se ne vanno prima in Austria e poi in Romania, dove sono raggiunti dalla ragazza ungherese. Ma lì, in terra rumena, fiutano brutta aria e si dividono ulteriormente: Iori va in Francia mentre la sua innamorata minorenne torna a malincuore in Ungheria, il capo rientra in Italia con l'aiuto di amici calabresi. Incerti e Palese se ne sono già andati, in auto, in Italia.

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E i quadri? Un'opera raffaellesca, come detto, è in mano ai due complici ungheresi, gli altri sei dipinti sono ben occultati nella Fiat Ritmo di Morini che passa la frontiera al valico di Letenye e, attraverso l'allora Jugoslavia, giunge per la ricca consegna fino in Grecia. Sono tutti "passaggi" ancora indecifrabili per chi indaga. Gli inquirenti ungheresi lavorano sotto una pressione incredibile, perché la notizia ha fatto il giro del mondo e per l'Est europeo è una bella "sberla".

Fin dai primi accertamenti prende però corpo la pista italiana: il cacciavite rinvenuto nel museo è di fabbricazione milanese, inoltre vicino a Budapest vengono trovati pezzi di cornici dei quadri rubati dentro un sacco di juta marchiato "Malteria Adriatica" (è una ditta di Venezia). Vengono allora subito coinvolti i carabinieri specializzati nella tutela del patrimonio artistico.

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Da quanto emerge dall'inchiesta la vera "svolta" arriverà, però, un mese dopo il colpo (cioè il 6 dicembre '83), quando viene bloccata in Ungheria la 16enne Katalin: è scappata di casa proprio dal giorno del furto, parla correttamente l'italiano e frequenta la malavita locale. I poliziotti cominciano a pensare che c'entri con il colpo al museo e la mettono sotto torchio: lei confessa, indica i due complici ungheresi, parla genericamente di italiani. Parallelamente nel nostro Paese i carabinieri stanno indagando su un furto d'arte finito nel sangue in una villa di Pavullo (nel Modenese) e sospettano proprio di Scianti e Iori per quell'assalto in cui fu uccisa una persona.

Per incastrarli mettono sotto controllo un bar di Reggio (in via Emilia San Pietro) ed è lì che intercettano le telefonate di un certo Morini che vuole dei soldi per dei quadri e minaccia di restituirli se non lo pagano e in fretta. Sono i dipinti del colpo del secolo? Sì. Sotto la minaccia di essere consegnato ai poliziotti "comunisti", Morini vuota il sacco, la sua Fiat Ritmo rossa si trova in Grecia, a Itea, sul Golfo di Corinto. A causa di un guasto meccanico la macchina è in un centro d'assistenza vicino ad un oleificio, guarda caso lo stesso oleificio (di proprietà di Eftimios Moskachlaidis) in cui era stato, tre mesi prima del clamoroso furto, lo stesso Scianti. Il magnate greco dell'olio verrà arrestato, ma non confesserà mai d'aver commissionato il colpo.

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Siamo nel gennaio del 1984 e nel giro di venti giorni vengono trovati tutti e sette i preziosi quadri: il Raffaello lasciato agli ungheresi era stato sotterrato in un villaggio nei pressi di Budapest, le altre opere d'arte furono fatte rinvenire, dentro una capiente valigia, fra i cespugli del giardino del monastero greco di Panaria Trypiti, sempre sulle sponde del Golfo di Corinto.

La banda, tutta in manette, verrà processata e condannata (le pene più dure in Ungheria). «Io però non mi tolgo dalla testa – conclude Scianti sull’inchiesta con un sorriso amaro – di essere stato invece fregato da una gola profonda, perché c’è chi sapeva che dieci anni prima volevo fare lo stesso colpo in Ungheria...».

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