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Scianti è ancora nei guai per spaccio

di Tiziano Soresina
Scianti è ancora nei guai per spaccio

La “mente” del colpo d’arte del secolo è l’unico ancora vivo dei componenti reggiani della banda che stupì il mondo

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REGGIO EMILIA. Ad oltre 31 anni dal clamoroso colpo al museo di Belle Arti di Budapest – in cui vennero arraffati sette capolavori di scuola italiana firmati nientemeno che da Raffaello, Giorgione, Tintoretto, Giambattista e Giandomenico Tiepolo – che fine ha fatto la nervatura reggiana di quella sfrontata banda dedita ai furti d’arte? Stiamo parlando, in almeno due casi su tre, di nomi storici della mala di Reggio.

Partiamo dal capo, dalla “mente” di quell’incredibile beffa che nel novembre 1983, cioè in piena cortina di ferro, incrinò non poco le certezze sul piano della sicurezza del blocco sovietico. Il quasi settantenne Ivano Scianti è l’unico ancora vivo. Come lui stesso ha rimarcato – nella recente intervista alla Gazzetta – il colpo del secolo gli portò molta fama, ma anche parecchi guai con la giustizia. Nel mirino di un’incredibile pressione investigativa (già era ricercato per il morto che ci era scappato “accidentalmente” il 29 gennaio 1983 nel furto di mobili antichi a Villa Serraparenti a Pavullo, in più aveva addosso gli investigatori di mezza Europa per il maxi colpo al museo), Scianti venne arrestato a Rubiera il 27 febbraio 1984.

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Dopo quella data arriveranno i processi – sarà condannato a 14 anni di reclusione per il delitto di Pavullo («Fu una disgrazia, l’arma era da difesa e sparai da 65 metri») e poco più di 4 anni per il furto a Budapest – lunghi periodi in cella (oltre vent’anni, anche a Pianosa e Porto Azzurro). Fine della “carriera” delinquenziale? Macché, il 13 aprile 2010 viene arrestato per una strampalata rapina da 700 euro all’ufficio postale di Calerno: «L’ho fatto – dice – per aiutare un amico (Marco Sassi, ndr) in difficoltà economiche, comunque proprio il rientro in carcere mi ha permesso di scoprire il serio problema di salute che ho poi dovuto affrontare». Nuova condanna (2 anni), poi nell’autunno 2011 l’ennesimo guaio (con altre 11 persone) per un “giro” di spaccio di stupefacenti (cocaina e hascisc) che va dal 2009 al 2011. Una vicenda non ancora chiusasi con una sentenza.

Se questo è un finale inglorioso, per Graziano Iori – invece – bisogna parlare proprio di conclusione tragica, nell’ormai lontano 1992. E ad ammazzarlo – a 39 anni – fu una sua vecchia conoscenza, cioè il killer Paolo Bellini che sette anni dopo confesserà l’omicidio.

Crudo il racconto dell’ex primula nera («Gli sparai nelle campagne di Puianello. Tornai il giorno dopo con un grosso cesto. Ma il cadavere nel frattempo si era irrigidito e non ci stava, non entrava in auto. Fui costretto a spezzargli le ginocchia per sistemarlo. Poi andai a Guastalla e lo buttai nel fiume assieme alla pistola»), che motiva l’assassinio per uno sgarro legato ad un affare di droga.

Una versione che – però – non ha mai convinto Scianti. Va detto che in quel periodo Bellini stava cercando di recuperare – per conto dei carabinieri – i quadri rubati nel gennaio 1992alla Pinacoteca di Modena, trattando anche con la mafia sicula. Tutto ciò c’entra con la morte di Iori? Per morte naturale è invece scomparso – non molto tempo – fa Giacomo Morini. Portò lui, in Grecia con la sua Fiat Ritmo rossa, i preziosi quadri rubati nel museo ungherese: «Era l’insospettabile della banda – spiega Scianti – e lo contattai perché aveva bisogno di soldi».

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