Ricordato il sacrificio del partigiano “Nero”
Boretto: circondato con un prigioniero, si uccise per evitare la rappresaglia dei nazisti sulla gente
BORETTO. Settant’anni. Tanto è passato dal sacrificio del giovane Felice Montanari, conosciuto da tutti come il “Nero”, che il 5 gennaio 1945, diede prova di grande fierezza e coraggio, sacrificando la sua vita alla fede partigiana a soli 16 anni. Ieri Boretto lo ha ricordato con la consueta cerimonia, che si è sviluppata in più momenti.
Al mattino una delegazione è partita alla volta di Canneto sull’Oglio (Mantova), comune di cui Montanari era originario, per la deposizione di un mazzo di fiori sulla sua tomba, mentre nel pomeriggio, dopo il “Silenzio” suonato al Casello 23 – dove avvenne il sacrificio – si è svolta la fiaccolata partita dal monumento ai caduti e conclusa al circolo Arci Borettese, dove è stata ricordata la sua figura.
Dopo gli interventi dei vicesindaci dei due Comuni, Matteo Benassi e Angelo Appiani, la giovane consigliera comunale Beatrice Bolsi ha letto un proprio toccante intervento nel quale ha immaginato e elaborato gli ultimi pensieri del “Nero” partendo dall’emblematica frase che il partigiano lasciò scritta poco prima di morire: «Perduto. Portate un fiore rosso», mentre Adriana Zoboletti, in rappresentanza dell'Anpi, ha letto una lettera di Carmen Altare, cittadina originaria di Castelnovo Sotto che nel 1945 ospitò per due mesi Montanari - reduce da esperienze di Resistenza in montagna - nella sua casa per nascondersi dai tedeschi.
In quel lontano 5 gennaio 1945, al Casello 23, vicino alla Fiuma, il giovane Felice Montanari, per evitare di cadere nelle mani del nemico, resistette per alcune ore, con un maresciallo tedesco suo prigioniero, a un assedio armato delle Ss e dei fascisti, i quali si facevano scudo di cittadini borettesi rastrellati sul posto. Vistosi perduto, per salvare gli ostaggi ed evitare di cadere vivo nelle mani del nemico, si uccise, senza assassinare il suo prigioniero per evitare rappresaglie. (a.v.)
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