In un anno 60 nuove aperture in città
Prampolini (Confcommercio): «Il turn over è altissimo e c’è chi resiste non più di una stagione»
REGGIO EMILIA. Tanti se ne aprono, ma sono ancora di più quelli che vengono chiusi. Nel 2014 in città sono nati 60 bar. Vedremo quanti riusciranno a festeggiare il primo compleanno. Il darwinismo sociale sembra trovare un ambito d'applicazione esemplare fra i pubblici esercizi. Gli apologeti del liberismo se ne compiacciono. La concorrenza spietata, a loro parere, equivale a una selezione naturale che permette la sopravvivenza ai più capaci e dotati. Spetta alle associazioni di categoria attenuare la carneficina orientando i contendenti e dissuadendo i meno agguerriti. Queste attività, insieme alle pizzerie da asporto e ai kebab, rispondono alla consuetudine attuale di consumare fuori casa le prime colazioni e i pranzi veloci. E il paesaggio urbano ne è fortemente caratterizzato.
Nella sola zona di via Emilia San Pietro si trovano dodici bar in un tratto di duecento metri. Nell'intero territorio provinciale non si contano quelli gestiti da cinesi. Negli ultimi anni, però, la crisi si è fatta sentire anche per loro. Nello sorso mese di settembre erano registrate alla Camera di Commercio 3.187 imprese dedite ai servizi di alloggio e ristorazione, che sono nella grande maggioranza bar. Ne risultavano attive 2.780. Nei primi nove mesi del 2014 se ne sono iscritte 133 del tutto nuove, ma ne sono cessate 160. Il bilancio (- 27) è negativo.
Donatella Prampolini, presidente di Confcommercio, delinea un quadro a tinte fosche: «Il turn over è altissimo. La crisi ha colpito tutti e infierisce particolamente sugli esercizi che si erano moltiplicati negli ultimi tempi, i bar e i negozi di abbigliamento. Il mercato non è più quello di dieci anni fa. Capita che un gestore apra e chiuda nel giro di una stagione. Non è più consentito limitare il numero dei pubblici esercizi. Chiunque li può aprire a condizione che il locale risponda ai requisiti di superficie, dotazione di bagni e altri servizi. Quindi il fatturato medio è diminuito. Ormai sono scoraggiati anche i giovani cinesi con abitudini ed esigenze da italiani».
Di fronte alle crescenti difficoltà l'associazione dei commercianti mette in guardia gli aspiranti baristi: «Lo facciamo - spiega Donatella Prampolini - durante i corsi di formazione per la somministrazione di alimenti e bevande. I problemi più complicati sono quelli del controllo di gestione. Occorre valutare il target e il fatturato e prevedere esattamente gli acquisti, per non sprecare alimenti che non si possono conservare. Quando spieghiamo qual è il fatturato minimo necessario per andare avanti, alcuni rinunciano».
Non è meno aspro il giudizio di Confesercenti: «Le nuove norme - asserisce Giacomo Scillia - hanno determinato non la concorrenza, ma una liberalizzazione brutale. Perfino negli Stati Uniti il mercato è bilanciato. L'Europa ha fatto una politica sciagurata, ma sarà obbligata a rivederla, perchè la situazione è drammatica. L'ultima generazione di baristi è il frutto della crisi. C'è chi, dopo avere perso il lavoro, ha messo a repentaglio i risparmi propri e dei suoi familiari. Certi esercizi sono stati avviati con affitti d'azienda, altri con contratti che li legano ai fornitori. Quegli esercenti sono di fatto lavoratori dipendenti con il rischio d'impresa».
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