Gazzetta di Reggio

Reggio

SALVA SILVIO

Il paese delle troppe manine

Massimiliano Panarari

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A distanza di qualche giorno dal discorso di fine anno del Presidente Giorgio Napolitano, si infittisce il “mistero” intorno allo svolgimento della prossima vicenda quirinalizia. O, meglio, sono probabilmente gli stessi attori che non sanno bene come governarla, vista la delicatezza e la rilevanza – in generale – del tema dell’elezione del capo dello Stato, e data la scivolosità – in particolare – del quadro corrente della politica nazionale.

Che si trova anche alla vigilia della discussione al Senato dell’Italicum, la riforma elettorale che per il presidente del Consiglio Matteo Renzi rappresenta una partita capitale e un investimento (politico-elettorale) decisivo. L’esempio più recente riguarda, naturalmente, le polemiche scaturite intorno alla norma cosiddetta “salva-Berlusconi”, contenuta all’interno del decreto delegato sul fisco di Natale. Se la ratio di queste misure è chiarissima cioè recuperare dall’evasione fiscale quante più risorse possibile da destinare alla copertura della legge di stabilità e se, allo stesso modo, può venire considerata discutibile la loro filosofia di fondo (dal momento che siamo un Paese che condona e non riesce – o, piuttosto, non vuole – affrontare in maniera strutturale uno dei suoi mali più gravi), sul lato politicistico della querelle rimangono invece tutti aperti (e di difficile soluzione) gli interrogativi. Improntitudine o qualcosa di innominabile (vale a dire, l’inciucio) previsto dagli arcana imperii che legano il premier-leader Pd e quello di Forza Italia?

Se la nostra è una nazione dove, malauguratamente, all’interno dei corpi dello Stato si annida non di rado qualche “manina” (o “manona”) di troppo, a conti fatti sarebbe stato forse un po’ autolesionistico per Renzi provare a far passare un codicillo volto a favorire Berlusconi mentre i riflettori sono tutti puntati su palazzo Chigi, e ci si trova in prossimità di passaggi molto sensibili e di trattative tra le forze politiche che richiederebbero di evitare qualunque tipo di scivolone. Magari invece – poiché, come sostiene una certa massima andreottiana, «a pensare male si fa peccato, ma spesso si indovina» – si è verificato un eccesso di zelo da parte di qualcuno, o si è inteso (altri boatos circolanti nei palazzi, dove permane l’oscurità sugli autori materiali e i destinatari) favorire economicamente “degli amici”.

Fatto sta, al di là di dietrologie e porti delle nebbie, che il nervosismo cresce a occhio nudo in vista della scelta per il Colle, riguardo cui la prima preoccupazione dei due contraenti del patto del Nazareno (i quali, se volessero dare un contributo serio e importante alla trasparenza della contrattazione politica, potrebbero fornire qualche dettaglio in più all’opinione pubblica) concerne la tenuta delle truppe parlamentari e dei grandi elettori. Da un lato, infatti, Berlusconi si trova alle prese con un incremento esponenziale della (chiamiamola così) dialettica interna, tra la pattuglia di irriducibili capitanata da Fitto e un’insofferenza in via di allargamento, anche tra altri, nei confronti di Verdini, il plenipotenziario per i negoziati coi renziani del cerchio magico. I quali, a loro volta, insieme al premier, stanno scremando le liste per capire su quanti e quali eletti in Parlamento possono contare “a prescindere”, mentre le sinistre interne mantengono alto il fuoco di sbarramento, alternandolo però alla strategia del gambero (un attacco in avanti, e due passi indietro…).

E i Cinque stelle sembrano – dopo aver sollevato la questione dell’utilizzo del volo di Stato per le vacanze natalizie di Renzi e impugnato la difesa neocorporativa dei vigili romani – assai poco disponibili a prendere qualche impegno comune in merito all’elezione del Presidente. Sul cui nome più accreditato, tra candidati cattolici oppure laici (mentre la figura politica sembra avere prevalso su quella tecnica, anche alla luce del “gran rifiuto” di Mario Draghi), permane appunto ancora fitto il “mistero”…

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