Una parata militare con il popolo distante
Meno transenne ma anche quest’anno pochi i cittadini alla cerimonia Un protocollo rigido in cui riesce a strappare applausi solo l’inno nazionale
REGGIO EMILIA. Una festa militare. E molto poco popolare. Bastavano anche meno transenne di quelle che c’erano ieri mattina per tenere lontano il migliaio o poco più di volonterosi e infreddoliti reggiani che, in piazza Prampolini, hanno assistito alla cerimonia dell’alzabandiera, in occasione del 218esimo anniversario della Festa del Tricolore. Un protocollo rigido, ingessato, distante, sicuramente più adatto all’alzabandiera che quotidianamente avviene nel piazzale di una qualsiasi caserma italiana – come ha ricordato anche lo speaker ufficiale – che a ispirare entusiasmo e coinvolgimento negli spettatori. Quelli che c’erano, e che erano sinceramente interessati, sono rimasti assiepati lungo le transenne per oltre un’ora, in una cerimonia che chiedeva e pretendeva da loro che restassero distanti e passivi.
Solo al momento dell’alzabandiera, accompagnato dall’esecuzione dell’Inno nazionale eseguito dalla fanfara della Brigata alpina Julia, un timido applauso si è alzato dalla piazza, dove nel frattempo avevano già sfilato e si erano messi in posizione i picchetti di esercito, aeronautica, marina e guardia di finanza, preceduti dai labari e dai gagliardetti sostenuti dai rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’arma e, prima ancora, dal drappello della guardia civile reggiana. In una lunga fila immutabile e silenziosa, interrotta solo dalle urla dei comandi militari in attesa dell’arrivo del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che con passo tutt’altro che marziale ha compiuto il giro della piazza.
Sarà anche colpa della regia fin troppo distaccata e asettica, che si ripete uguale da anni e che non induce e non ispira negli spettatori a tributare affetto al nostro Tricolore.
Rispetto sì, ed era quello c’era ieri mattina in piazza. Un sentimento che i reggiani avrebbero manifestato, con e senza transenne. Solo l’agitarsi delle bandierine tricolori nelle mani dei bambini presenti che scandivano la marcetta “Trentatré Valore Alpino”, più volte eseguita dalla fanfara militare, ha rotto il grigio che dominava la piazza. Le loro bandierine di carta, sono state anche le uniche viste in città, se si escludono gli stendardi tricolori che adornavano l’isolato San Rocco, i teatri Valli e Ariosto e il tricolore sui palazzi delle istituzioni cittadine.
Nessuna bandiera invece nelle vetrine o alle finestre, nemmeno sul percorso che da piazza Prampolini conduce al teatro Ariosto, dove si è svolta la celebrazione ufficiale. A conferma di uno scarso coinvolgimento della città per una festa che Reggio ha riscoperto solo a fine anni Ottanta, quando Bettino Craxi nel momento del suo fulgore politico, da appassionato storico garibaldino propose di trasferire la cerimonia a Milano.
Una proposta finita nel nulla, bloccata allora dalla reazione dei reggiani. Da quegli anni qualcosa si è mosso, ma la distanza tra la cerimonia in piazza e chi vi assiste continua. Non a caso diversi tra gli spettatori hanno sottolineato come la presenza di uno speaker che aiutasse a comprendere i diversi passaggi della cerimonia favorirebbe un maggior coinvolgimento.
Così come non ha aiutato, hanno sottolineato altri, la presenza muta di una nutrita tribuna zeppa di autorità, in una piazza che avrebbe gradito anche solo un breve saluto. Uno dei tanti discorsi che si sono tenuti al teatro Ariosto, dove invece si poteva accedere solo su invito.
O come ha aggiunto, qualcun altro, «anche la consegna della Carta Costituzionale alle scuole, potrebbe avvenire in piazza, per evitare che agli studenti sia riservato solo il ruolo marginale di portabandiera del vessillo dell’Europa».
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