«Dobbiamo tutelare le nostre invenzioni»
Fabio Storchi, presidente nazionale di Federmeccanica: l’imprenditoria reggiana è geniale, ma poco consapevole
REGGIO EMILIA. «Se volessimo individuare una dote specifica dell'imprenditoria reggiana più che di capacità di inventare dovremmo parlare di autentica genialità nel trovare soluzione a tanti problemi di carattere tecnico, di grande senso di praticità applicata attraverso l'uso delle nuove tecnologie. Ora però è giunto il tempo di difendere meglio questa caratteristica che ci è riconosciuta dai colleghi di tutto il mondo».
Il presidente nazionale di Federmeccanica, il nostro concittadino Fabio Storchi, risponde così alla richiesta di un commento sulla vertenza giudiziaria aperta dalla Motor Power Company di Castelnovo Sotto nei confronti di un ex dipendente per la lamentata sottrazione di progetti aziendali (ne abbiamo reso conto nell'edizione di venerdì).
Dove nasce quella che lei chiama genialità dell’imprenditoria reggiana?
«E’ una dote tipicamente nostrana che la meccatronica ha esaltato. Non siamo inventori nel senso classico del termine dato che non abbiamo la possibilità di sviluppare al più alto livello la ricerca di base magari attraverso gli studi dei centri di ricerca universitari. Questo perché nella maggior parte dei casi le nostre sono imprese di piccola o media dimensione. In compenso siamo degli autentici innovatori e riusciamo a trarre profitto dalle applicazioni che sappiamo introdurre ai nostri prodotti utilizzando sia le nostre illuminazioni che quelle di altri inventori».
Come si arriva a simili risultati?
«Per cultura, esperienza, tradizione. Il nostro operato è costantemente orientato alla ricerca di una risposta alle problematiche della clientela. Siamo cioè bravi - questo sì - ad adattare i prodotti che escono dalle nostre fabbriche alle richieste dei committenti: siamo flessibili, creativi. Dunque non parlerei di "innovazione radicale" ma più esattamente di "innovazione incrementale", un valore aggiunto che si basa su conoscenze nuove e preesistenti e che decreta il successo finale del lavoro prodotto».
Come tutelate, per tornare al problema di fondo, questa vostra dote? E che rapporto esiste fra l'impresa e il dipendente che ha individuato l'idea vincente?
«Cominciamo dalla seconda domanda: tutto si basa sulla collaborazione diretta fra datore di lavoro e dipendenti. Esistono regolamenti interni ma se non c'è fiducia reciproca si fa poca strada. E debbo dire anche che sono rari i casi di "spionaggio", gli scherzi sgraditi da parte di chi collabora con noi, sebbene l'eccezione possa sempre capitare. Dove invece siamo un po' carenti è nella copertura delle innovazioni che apportiamo. Esistono infatti dei registri nei quali vanno annotati i brevetti che hanno in tal modo una copertura, una tutela, ma tante volte questo aspetto viene sottovalutato».
Che fare quindi?
«Dobbiamo maturare più consapevolezza della evoluzione che le nostre imprese riescono a introdurre. E contemporaneamente dobbiamo imparare ad adottare strumenti tecnologici di sicurezza per far sì che quanto viene "inventato" nelle nostre fabbriche resti patrimonio esclusivo e sia quindi difeso da eventuali collaboratori infedeli».
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