Gazzetta di Reggio

Reggio

«Era un uomo colto e semplice Un orgoglio essergli amico»

di Tullio Masoni

SANT’ILARIO. “La fascia / del lungo silenzio / è nebbia padana / strazia le ferite / dei clamori delle grida / delle voci assenti / avvolge soffoca / ogni memoria del tempo / l’dea di Dio / il remoto...

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SANT’ILARIO. “La fascia / del lungo silenzio / è nebbia padana / strazia le ferite / dei clamori delle grida / delle voci assenti / avvolge soffoca / ogni memoria del tempo / l’dea di Dio / il remoto sesso / la carezza / del figlio perduto / della Mater Dolorosa / il riso argentino / delle oche bianche / di zucchero filato”

Questa poesia: Abbandoni, si trova nella raccolta che Oscar Bernardini aveva pubblicato nel 2003 col titolo: “TatAnLiMar”. Poeta, quindi, medico pediatra ovunque stimato, uomo di cultura e, per molti anni, attivo militante del Partito comunista. A Sant'Ilario, dove si era stabilito attorno al sessanta, dopo la “prova” di medico condotto in montagna, aveva ricoperto cariche nell’Amministrazione Comunale per poi dedicarsi, nel ruolo di presidente, soprattutto alle attività dell’appena inaugurato e prestigioso Centro Culturale: biblioteca, luogo di animazione dibattito e incontro, che dava concreto e innovativo seguito ai fervori del Premio di pittura (nobilitato fra il ’53 e il ’67 da studiosi del valore di Mario De Micheli, Ilario Rossi, Arturo Carlo Quintavalle e Francesco Arcangeli) e dell’ancor viva stagione del ’68-’69. Oscar coltivava una quantità di interessi, intrecciando il sapere scientifico-professionale con una inesausta vocazione estetica e umanista.

Nato il 5 marzo 1932 a Colonnella in Abruzzo, dieci anni esatti dopo Pier Paolo Pasolini – artista che conobbe e amò profondamente – era poi cresciuto a San Benedetto del Tronto, sua patria marina e di amicizia per tutta la vita. Una vita che amava fra i conflitti, le debolezze e le forti inquietudini, i dolori familiari. E amava con la sensibilità dell’uomo colto e al tempo stesso “comune”: gli piacevano lo sport, lo svago popolare, la convivialità, le persone semplici. Apprezzava Totò quando la cultura dominante lo relegava fra i vernacoli ma, al tempo stesso, l’esperienza giovanile nella commissione del Regio di Parma, ai tempi dell’università, gli aveva dato basi notevoli di competenza teatrale e operistica. Ho collaborato con lui, fra le difficoltà di promuovere tenacemente una cultura non provinciale, ci ho litigato – come accade a chi si confronta davvero – ma più spesso ho potuto fidarmi di certa sua finezza. Intendo, con questo, un’umanità profonda, un vero senso dell’ideale anche nella sconfitta, e un’amicizia fra lontani di età (nel 1972 quando ho cominciato a lavorare in biblioteca, perché poco a poco le distanze si accorciano) che oggi vorrei ricordare, ben oltre il vuoto che la sua scomparsa lascia, con sincero affetto e orgoglio.

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