La “selva oscura” dell’Olocausto
Correggio: una mostra nell’anniversario della liberazione di Auschwitz
CORREGGIO. Alessandro Bazan, Fulvio di Piazza, Kim Dorland, Manuel Felisi, Giovanni Frangi, Fabio Giampietro, Hyena, Giorgio Linda, Raffaele Minotto, Luca Moscariello, Barbara Nahmad, Simone Pellegrini, Pierluigi Pusole, Tobia Ravà, Max Rohr, Hana Silberstein. Sono gli artisti dal 17 gennaio in mostra al museo “Il Correggio”, a Palazzo Principi, per una mostra che celebra con l'arte la “Giornata della Memoria” nel 70° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz. Si chiama “La selva oscura”, e la collettiva, curata da Margherita Fontanesi, metterà a confronto gli artisti, ebrei e non, sul tema della Shoah attraverso la metafora del bosco e degli alberi. «Per questa mostra sono state prodotte opere di rara intensità che sono entrate in un tema così delicato con forza e rispetto insieme – spiega la Fontanesi –. Le origini culturali e religiose di ciascun artista hanno determinato risultati espressivi e artistici diversi e interessanti». Molti e diversi sono gli spunti da cui gli artisti hanno tratto ispirazione per realizzare le loro opere. «C’è la selva oscura dantesca, nella quale va ricercata anche l’interpretazione generale della mostra, che rappresenta lo smarrimento per eccellenza, dei carnefici e delle vittime, ma anche lo smarrimento delle vittime che vengono deportate nei campi e qui sospinte di passo in passo, attraverso tappe forzate di cui ignorano la successione, verso la morte». Ogni opera parla a modo proprio della Shoah. Gli alberi di Giovanni Frangi, per esempio, diventano una muraglia impenetrabile come le sbarre di una prigione e la dominante blu proietta il dipinto nella dimensione irreale del sogno, mentre quello di Fabio Giampietro è rifugio per coloro che cercano di sfuggire alle stragi naziste. Ancora, l’opera di Alessandro Bazan evoca il rifugiarsi nelle foreste per organizzare una resistenza; Pierluigi Pusole, invece, raffigura uomini fra gli alberi, piccole figure fra grandi piante che sembrano mimetizzarsi e fondersi con la foresta stessa. Di Fulvio di Piazza l’albero-foresta che ha le sembianze di un fungo atomico che, nell’immaginario contemporaneo, è il simbolo della distruzione totale.
«Molteplici – aggiunge Fontanesi – sono i boschi che si attraversano in questa mostra, innumerevoli i loro significati e le risposte che offrono alla grande domanda: come è potuto succedere? E per ricordare, ne sono sempre più convinta, serve qualsiasi mezzo. Se fondamentali sono i documenti storici e le testimonianze dalla viva voce dei sopravvissuti, altrettanto importanti possono essere le produzioni artistiche che nutrono l’umano bisogno di “vedere”. La comprensione umana difficilmente può arrivare ad accettare e a comprendere l’inimmaginabile. Il linguaggio metaforico di questa mostra può forse aiutare questo processo». (s.p.)
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