«Moschea aperta, tutti i sermoni sul web»
Mohamed ha “solo” 36 anni e sfida le polemiche parlando di pace: «Collaboriamo con la Digos e siamo integrati»
REGGIO EMILIA. La cura spirituale e il controllo di una parte consistente dei 12mila fedeli che formano la folta comunità musulmana reggiana sono affidate a un giovane Imam, Mohamed Abd El Fattah, egiziano di 36 anni dichiaratamente pacifista, che ha trovato casa in zona Stazione e da un anno a capo della moschea di via Gioia. Lì, nel centro islamico che verrà presto ristrutturato per essere messo a norma, si radunano fino a 1.500 fedeli per la preghiera del venerdì, provenienti da 17 diverse nazioni, sotto costante controllo della Digos, «con la quale collaboriamo regolarmente», dice la guida spirituale, che per evitare zone grigie fa riprendere tutte le funzioni e le fa pubblicare poi sul web.
Come state vivendo la situazione dopo i fatti di sangue e la grande manifestazione di piazza Reggio?
«Stiamo reagendo. I sermoni nei quali condanno questo genere di violenze sono tutti caricati sul nostro canale Youtube. La mia posizione è nota da tempo: è un argomento che affrontiamo già da mesi con la comunità islamica a Reggio. Quindi non abbiamo nulla da nascondere, siamo un libro aperto. Non riusciamo a capacitarci che ci sia gente che usa l’Islam come paravento per azioni di questo genere».
Come è formata la comunità reggiana?
«In via Gioia sono presenti fino a 17 nazionalità diverse di fedeli islamici. Dai marocchini, ai senegalesi fino agli albanesi. Tra di loro non ci sono tensioni, riusciamo a convivere in pace».
Ci sono molti reggiani che si sono convertiti all’Islam?
«Ce ne sono ma non sono sempre presenti. Quelli particolarmente attivi in via Gioia sono una decina. Ma ce ne sono altri nei due centri islamici di via Picard e di via Monari. Ma per noi tutti i fedeli con cittadinanza e integrati sono italiani».
C’è una forma di controllo da parte della comunità sui fedeli?
«Alle cinque preghiere giornaliere e alle attività di insegnamento della religione può partecipare chiunque. Ma siamo compatti e ci sono fedeli che organizzano attività sociali o sportive sul territorio».
Non c’è un registro o qualche traccia di chi frequenta il vostro centro?
«I fedeli sono moltissimi, non è facile starci dietro. Ma c’è un consiglio dei soci del circolo che forma la nostra ossatura. Sono quelli che hanno finanziato direttamente il centro. Inoltre abbiamo sempre collaborato con le forze dell’ordine: la Digos viene spesso qui, ormai ci sanno identificare tutti a vista ma non è mai stato rilevato nulla di sospetto».
Il vescovo Camisasca ha chiesto che anche i vostri sermoni siano pronunciati in italiano. Ma questo avviene oppure no?
«Da un punto di vista religioso il sermone dovrebbe tenersi in lingua araba. La preghiera e il sermone sono un tutt’uno ed è difficile distinguerle nella funzione. Ma ci sono molti nostri fedeli che non parlano l’arabo e ci siamo imposti di tradurre anche in lingua italiana per rispetto verso loro. Lo fa un interprete dopo di me».
La crisi economica sta avendo effetti sulla comunità?
«Diciamo che molti migranti si stanno spostando ora verso altri paesi».
E cosa pensa dei giovani, anche europei, che vanno a combattere e diventano terroristi?
«La maggior parte di loro non frequentava un centro islamico. Non ci dovrebbero essere Imam che fanno richiami all’arruolamento in nome di uno Stato Islamico. Non è la nostra funzione».
Ma gli Imam integralisti esistono eccome.
«Si ma è gente senza formazione teologica. Io studio il Corano da quando ero piccolo, ho un dottorato di ricerca e sono una persona formata che non fraintende le parole del profeta. Purtroppo siamo pochi ad avere questa preparazione. In diverse città c’è gente che si improvvisa Imam: sono muratori o operai, che usano la religione per altri fini».
Ritiene che alcune delle loro battaglie siano giuste?
«Il Corano è chiaro: i fedeli musulmani devono convivere con i non fedeli. Io dico addirittura che lo Stato italiano dovrebbe controllare gli Imam e capire se è gente qualificata o no, se ha studiato o meno. Poi è chiaro, siamo 1,2 miliardi di musulmani nel mondo e ce ne possono essere molti che commettono errori. Succede anche con i cattolici».
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