Roberta Ibattici: «Greta e Vanessa sono state sprovvedute»
L’esponente del Pd, alle spalle 12 anni in Bosnia come volontaria e cooperatrice: «Si può essere utili senza correre rischi ed è sbagliato andare allo sbaraglio»
REGGIO EMILIA. «Sono naturalmente contenta che Greta e Vanessa siano tornate a casa sane e salve. Ma ho forti dubbi sulla loro scelta di muoversi da sole in un paese come la Siria in piena guerra civile. E’ giusto seguire i propri ideali ma è altrettanto doveroso calcolare i rischi». Così Roberta Ibattici, ora nel direttivo del Pd, alle spalle 12 anni trascorsi nei Balcani dove è sbarcata 22enne come volontaria fino a diventare responsabile di progetti nelle aree segnate dalla pulizia etnica in Bosnia. Una scelta di vita sfociata in un lavoro vero e proprio. Ancora oggi, dal momento che la Ibattici lavora come project manager in un’azienda reggiana che opera nell’ambito della cooperazione internazionale.
Le volontarie italiane in ostaggio da 6 mesi in Siria sono libere. Ma quanti, partiti come volontari pieni di sogni e di ideali, continuano a rischiare?
«Avevo 22 anni quando partii per la ex Jugoslavia come volontaria, e mi ricordo l’entusiasmo con cui affrontai questa esperienza. Ma non andai allo sbaraglio. In quel caso mi appoggiai all’Ics, un’organizzazione che coordinava diverse associazioni, dall’Arci alle Acli alle miriadi di comitati che erano spuntati allo scoppio della guerra nei Balcani. Qui sta la differenza. Greta e Vanessa si sono mosse in maniera autonoma. L’impressione è che, sull’onda dell’entusiasmo, siano entrate in Siria per con un pur nobile motivo senza la consapevolezza dei pericoli a cui sarebbero andate incontro».
Ma il rischio non fa necessariamente parte di un’azione umanitaria svolta all’interno di un paese in guerra?
«L’obiettivo è essere molto coscienti di quello che si sta facendo. E lo si è solo affidandosi ad organizzazioni che hanno relazioni con soggetti locali e quindi sono in grado di indicare quali azioni sono o non sono a rischio. Avere contatti in loco è importantissimo. Quando in un paese è in corso una guerra civile, ci sono luoghi in cui la vita continua in modo quasi normale, altri invece controllati da bande armate dove il pericolo è altissimo. Ma il singolo volontario, da solo, non può saperlo. Inoltre, anche nei paesi più difficili, ci sono agenzie dell’Onu che assistono le varie associazioni. In Serbia, per esempio, il nostro punto di riferimento era l’alto commissariato per i rifugiati».
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Il suo consiglio è quindi di associare a una forte idealità... un sano realismo.
«Assolutamente sì. Anche se capita che alla base, accanto ad un forte idealismo, ci sia una grande voglia di apparire. Da condannare soprattutto perché il protagonismo può fare danni non solo a se stessi ma anche agli altri. Basterebbe capire che se una persona si vuole impegnare in una situazione all’estero perché crede nella cooperazione internazionale, può farlo senza mettere a repentaglio la propria sicurezza e quella degli altri».
Esempi concreti?
«Rimaniamo in Siria. La Siria oggi è un paese in piena anarchia. Con milioni di profughi che si trovano sia sul confine turco che in Libano. E’ necessario sapere che si può essere utili anche in quei luoghi di confine, senza dovere per forza trovarsi al centro del conflitto. Un altro esempio? Una cosa è muoversi in contesti in cui puoi rimanere vittima insieme agli altri civili. Un’altra cosa è muoversi in contesti dove sei preso particolarmente di mira e diventi un obiettivo privilegiato. Non è un caso che le principali organizzazioni, da Gvc a Coopi, scelgano di operare nei campi dei profughi che si trovano ai confini e, per entrare nel cuore del paese, si appoggino a personale locale».
E il desiderio d’avventura, dove lo mettiamo?
«Non è da condannare. Ma se prevale il desiderio d’avventura, non è il caso di buttarsi in un paese dove è in corso una terribile guerra civile. Si può ancora una volta essere utili scegliendo altre realtà: restando in Medioriente penso alla Giordania ma, cambiando area, c’è tanto da fare anche in Centro America».
Si può fare qualcosa senza partire?
«Certo. E’ comprensibile che in tanti preferiscono partire con un pulmino per portare magari una goccia in quel mare magnum di aiuti di cui c’è bisogno. Ma si può anche scegliere di fare qualcosa di carattere politico facendo pressione sui nostri governi. Basti pensare che nel ’92 la cooperazione italiana era seduta ma in seguito, grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica, c’è stato un decisivo cambio di rotta. Forse è un approccio che dà meno soddisfazioni, ma è altrettanto utile».
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