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Parmigiano Reggiano, gli allevatori lasciano a piedi Alai

Enrico Lorenzo Tidona
Parmigiano Reggiano, gli allevatori lasciano a piedi Alai

Crisi dei prezzi e tensioni nel Consorzio: i caseifici avevano detto sì al taglio della produzione ma solo il 30% degli allevatori ha aderito

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REGGIO EMILIA  Più latte producono, più soldi perdono. È questa la condizione nella quale vivono ora gli allevatori inseriti nella filiera del Parmigiano Reggiano. La crisi dei prezzi delle forme è stata perciò affrontata lo scorso novembre con il varo di un piano shock: taglio del 5% nel 2015 della quota di latte destinato alla trasformazione in formaggio. Circa 800.000 quintali in meno, in sostanza, che dovevano portare la produzione a 3 milioni e 150mila forme rispetto ai 3,3 milioni del 2014, facendo così risalire le quotazioni.

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Tutto liscio? Assolutamente no. All’interno del Consorzio di tutela stanno infatti contando le adesioni al piano dei tagli da parte dei produttori, approvato lo scorso novembre dall’assemblea dei soci con ampia maggioranza (circa due terzi dei votanti avevano detto “sì”) e annunciato poi all’esterno dal presidente Giuseppe Alai. Ma mentre due terzi dei caseifici soci hanno dato il via libera, solo il 30% dei produttori ha aderito al taglio. L’obiettivo - come da regolamento – è il 66%.

In pratica la testa del sistema ha deciso di sostenere i prezzi tramite il taglio ma la base se n’è infischiata. Quasi un’imboscata, quindi, agli occhi di molti, soprattutto dei vertici del Consorzio, che non sono riusciti a portare a casa il risultato utile. Una vera e propria grana, perché fallisce la principale strategia messa in campo per tentare di offrire una svolta al sistema del Parmigiano Reggiano, alle prese con lo scoppio della bolla dei prezzi. Nel 2011le forme venivano pagate 11 euro. Ora siamo poco sopra i 7 euro: un’elemosina, che non copre i costi di produzione.

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Il problema, adesso, è lo scollamento registrato in questi giorni tra le strategie del Consorzio - appoggiate da buona parte dei 370 soci - e l’anello iniziale della filiera, formata dagli allevatori che stanno facendo di testa propria. Terreno fertile per chi - e non sono pochi - vorrebbe sfruttare la situazione per mettere ancora una volta Alai sulla graticola. «Una rimodulazione dei piani di regolazione dell’offerta – aveva annunciato lo scorso novembre il presidente del Consorzio – che non rappresenta soltanto una misura di carattere congiunturale».

L’intenzione era di riequilibrare l’offerta rispetto alla domanda per ridare fiato ai redditi dei produttori a fronte di quotazioni che hanno pesantemente risentito di un aumento produttivo che in tre anni è stato pari al 9,5%. La bocciatura del piano avrà effetti proprio su quei redditi e servirà un “piano b” per evitare che chi è già strozzato - gli allevatori della montagna - rischi di chiudere la stalla segnando così un clamoroso autogol a danno di tutto il sistema.

Secondo alcuni componenti del Consorzio sarebbe già in atto un vorticoso giro di telefonate da parte della fronda ad alcuni presidenti dei caseifici che propongono un “traghettatore” al posto di Alai, il cui mandato scadrà nel 2016. A febbraio si terrà inoltre il consiglio direttivo del Consorzio (una trentina di persone provenienti dalle cinque province), durante il quale dovrebbe consumarsi la resa dei conti. Non solo da parte di Coldiretti, da sempre antagonista di Alai, ma con colpi provenienti anche da fuoco amico. La realtà descritta in questi ultimi mesi segnati dalla tensioni, ha visto però Alai sempre in sella, capace di calamitare su di sè la fiducia della maggioranza dell’assemblea contro ogni avversa previsione.

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