«Gli operatori turistici si adeguino al meteo»
Fausto Giovanelli: «Il clima è cambiato, qui da noi come in tutto il mondo Non bisogna chiudere, ma diversificare le proposte nelle varie stagioni»
CASTELNOVO MONTI. «E’ un anno particolarmente sfortunato, e possiamo sperare che non sia sempre così. Ma è indubbio che il clima sta cambiando, anzi, ormai è cambiato, e quindi il turismo invernale dovrà cambiare e adattarsi. In parte lo stiamo già facendo».
Il presidente del Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano, Fausto Giovanelli, così si esprime sulle difficoltà che sta creando al settore turistico invernale un fattore molto semplice: l’assenza dell’inverno vero e proprio. Assenza, o forse solo ritardo, saranno i prossimi giorni a dirlo, ma resta il fatto che le tante attività legate alla presenza della neve sono state limitate da temperature più alte del normale. In alcune recenti giornate sono state registrate temperature anche superiori ai 20 gradi, nella media montagna reggiana.
Come sarà possibile proseguire progetti di turismo invernale in Appennino nel futuro, visto questo clima ormai imprevedibile, ma comunque tendente al rialzo termico?
«Partiamo da un fatto: i problemi quest’anno – afferma Fausto Giovanelli – non riguardano solo l’Appennino. Oggi mi trovo in Val di Fassa, e c’è il percorso per la Marcialonga che segnala come anche qui sia un inverno anomalo: è stata realizzata una striscia di neve artificiale in una vallata per il resto completamente verde. Come Parco nazionale, è da tempo che stiamo lavorando sul tema, e proprio giovedì prossimo presenteremo una serie di iniziative legate all’inverno, con un titolo assolutamente chiaro e netto: “Resisterà l’inverno fino al 2050?”. Perché si tratta di aspetti estremamente urgenti. Il cambiamento climatico non è più una paura per il futuro, è ormai una constatazione del presente. Abbiamo avuto fenomeni inediti come tornado in val Padana, che ne sono un chiaro segnale».
Quali azioni si possono intraprendere di fronte ad un fenomeno globale così imponente ed ormai apparentemente fuori controllo?
«Dobbiamo sicuramente impegnarci tutti per prevenire peggioramenti, e poi capire che ormai è necessario adattarsi a queste mutate condizioni. In Appennino, ma anche sulle Alpi come in Groenlandia, la neve è una spia importantissima di questi mutamenti ambientali: i ghiacciai si stanno riducendo ovunque, le precipitazioni nevose sono altalenanti».
Quindi bisogna rassegnarsi all’idea di inverni senza neve?
«Non credo. Sicuramente questo inverno è stato particolarmente sfortunato, fino ad ora, ma non penso che sarà sempre così. Sicuramente non si può però ragionare nell’ottica che “ha da passà la nuttata”; bisogna adeguarsi comprendendo che gli inverni non saranno più sempre puntualmente nevosi in abbondanza, come era un tempo. Negli ultimi anni si è assistito ad un fenomeno che si è però presentato in più occasioni: precipitazioni in un periodo più avanzato dell’anno. Nel 2014, ad esempio, nei canaloni del Cusna si è potuto fare scialpinismo fino al 10 maggio, una cosa che sembrava impensabile. Per questo noi abbiamo approntato una nuova stagionalità del progetto Neve e Natura, che da fine gennaio prevede gite scolastiche sul crinale, ciaspolate, escursioni».
Per quanto riguarda le stazioni sciistiche, c’è ancora uno sviluppo possibile?
«Qui in Val di Fassa stanno parlando tutti di questo tema. A Canazei non c’è neve, stamattina (ieri per chi legge, ndr) al passo Lavazzè, a 1.700 metri, c’erano 2 gradi, e la notte scorsa è piovuto. C’è indubbiamente una forte preoccupazione diffusa tra tutti gli operatori del settore. Ma secondo me, e parlo in particolare per le stazioni dell’Appennino, non si deve pensare a chiusure, ma ad adattarsi. Ci sono esempi di diversificazione dell’attività nelle stazioni turistiche che danno risultati positivi: l’escursionismo; le ciaspole, che ormai non comportano più una visita di poche ore sul crinale, ma spesso prevedono un soggiorno vero e proprio sul crinale; i percorsi escursionistici naturalistici che abbiamo realizzato al Cerreto. Per le stazioni in diversi momenti della stagione sarà probabilmente una scelta obbligata fare ricorso all’innevamento artificiale, ma se accanto a questo si offre un’altra serie di opportunità potranno comunque lavorare. Non è il momento per piangersi addosso, ma anzi accelerare questo fenomeno di adattamento alle nuove condizioni. Sul crinale ci sono splendide opportunità legate all’enogastronomia, alla cultura dell’Appennino, alle tradizioni ed ai prodotti tipici che hanno ancora ampi spazi di valorizzazione. Fino a qualche anno fa, ad esempio, non esisteva una stagione turistica sull’autunno, che forse in Appennino è la stagione più interessante: come Parco, ci abbiamo lavorato e i risultati stanno arrivando».
Gli operatori turistici locali sono pronti a questo cambiamento?
«Come in ogni settore, c’è un panorama variegato. Ci sono esempi importanti di innovazioni apportate in questi ultimi anni. A Civago, ad esempio, dopo aver difeso a lungo la presenza degli impianti da risalita, ora hanno puntato convintamente sulle ciaspole organizzando più di 30 escursioni. A Succiso e Pratizzano si propongono iniziative rilevanti anche senza piste. Dall’altro lato, c’è chi aspetta ancora la neve come unica opportunità. In generale, credo che gli operatori avranno successo se dimostreranno questa rapida capacità di adattamento».
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