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Opg di Reggio Emilia, dentro una cella un altro suicidio

Opg di Reggio Emilia, dentro una cella un altro suicidio

Un ricoverato si è impiccato usando una maglia. Malorni: «Situazione al limite»
Leggi: il dossier sul caso Reggio Emilia

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REGGIO EMILIA. Nuovo, tragico evento dentro le mura dell’Opg: il suicidio di un internato, un italiano cinquantenne. Per farlo, ha atteso che le guardie si allontanassero dalla sua cella, dove era recluso da solo. Quindi, si è sfilato la maglietta – un oggetto personale chiaramente consentito – la strappata per riuscire a creare una sorta di cappio, con il quale ha deciso di farla finita sulle sbarre.

Un evento tragico in un contesto doloroso come quello dell’Opg, dove malattia mentale si mescola a storie di reati spesso violenti, spesso contro la persona. E dove la rinascita è difficile. E il mondo esterno troppo lontano.

«Noi continuiamo a ribadire la necessità di creare una stanza di decompressione, priva di suppellettili, imbottita. Per evitare il peggio e fare attività di prevenzione». A parlare è Michele Malorni del sindacato degli agenti penitenziari Sappe. Che pone l’attenzione su una questione che appare sempre più confermata e ineludibile: «Non si può pagaragonare un Opg a un ospedale. Non si può paragonare una cella a una stanza di ricovero. Qui le stanze sono di cemento armato. Qualche tempo fa avevamo avuto un caso di un internato che continuava a sbattere la testa contro il muro. Gesti di autolesionismo che è difficile contenere».

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E sul punto, torna alla carica con un’altra richiesta che da tempo arriva a gran voce dagli agenti: quella del letto di contenzione. «Non si capisce perché in un reparto di Diagnosi e cura sia consentito e qui no. Eppure, sarebbe meno disumano che tenere fermo a terra un internato fisicamente quando dà in escandescenza piuttosto che poterlo contenere in un letto».

Anche Malorni conferma la loro posizione per un superamento dell’Opg così come è ora. Ma la strada sembra essere ancora lunga. (el.pe)

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