Riecco la lapide nera che attesta l’omicidio dentro il santuario
Su “Montècc” la storia del delitto del 1683 e della conseguente riconsacrazione della chiesa dell’Olmo
MONTECCHIO. La scoperta risale a una decina di anni fa, ma ai montecchiesi la ricomparsa della lapide nera custodita nel Santuario della Beata Vergine dell'Olmo a Montecchio è arrivata solo da pochi giorni. Nell'ultimo numero del Montècc, la pubblicazione annuale edita dall'associazione culturale La Vecchia Montecchio, si legge infatti la storia di questo ritrovamento che anche ai più "maturi" cittadini era sconosciuto.
La leggenda vuole, infatti, che questa lapide in marmo nero di 120 centimetri per 95, su cui è incisa la storia di un omicidio avvenuto nel XVII secolo all'interno dello stesso Santuario, fosse andata perduta per sempre. Le ultime notizie di questa targa erano infatti una sorta di "De Profundis" a firma dello storico Francesco Spaggiari nel libro "Il Santuario della B.V. dell'Olmo", pubblicato nel 1984, che chiude dicendo che «di tale lapide non si è trovata traccia».
Dopo una lunga ricerca, nel 2006 lo storico montecchiese Franco Boni – che firma l'articolo sul numero 17 di Montècc – affermò che la lapide era ancora esistente. Grazie alla passione dell'allora parroco di Montecchio, don Vasco Rosselli, riuscì a farsi accompagnare nelle stanze inaccessibili del Santuario e, con sua grande sorpresa, dietro la prima porta, trovò subito quel che restava della lapide.
Nascosta perché murata in un piccolo ripostiglio che consente l'accesso alla scala che conduce alle cantorìe superiori di sinistra, la targa – rotta durante i lavori di ristrutturazione del Santuario nel 1884, che costrinsero gli operai a spostarla per poter costruire l'oculo di grandi dimensioni sopra l'ingresso principale – ricorda ancora oggi un fatto di sangue del XVII secolo.
Un omicidio, perché di questo si tratta, eccezionale in quanto avvenuto dentro un luogo sacro. Un delitto che di fatto viene considerato sacrilegio. Ancora oggi il codice di diritto canonico prevede che, in caso d'omicidio dentro una chiesa, questa sia automaticamente sconsacrata. Il popolo montecchiese dell'epoca, incredulo per la probabile chiusura del Santuario appena restaurato, ingrandito e portato a nuovo splendore, pregarono ed implorarono il vescovo di Parma (da cui la curia montecchiese dipendeva), monsignor Tommaso Saladini, per mezzo del priore dei frati Servi di Maria, padre Vincenzo Fontanelli, che viveva nell'attiguo convento dell'Olmo.
Il delitto avvenne l'11 luglio 1683. La vittima si chiamava Francesco Zavaroni – come riportato dal libro dei morti dell'archivio parrocchiale di San Donnino di Montecchio – ed era un sergente della Milizia estense di Montecchio. Venne freddato da un colpo sparato da un sicario appostato fuori dalla chiesa, il quale, dalla porta laterale, colpì a morte l'ufficiale mentre ascoltava la messa domenicale. La storia parla di un regolamento di conti.
Le preghiere dei montecchiesi giunsero al vescovo, che dopo soli quattro giorni, il 15 luglio 1683, con un rito solenne riconsacrò il santuario mariano, riaprendolo al culto.
Questo il testo della lapide: 11 luglio 1683 il sergente Francesco Zavaroni passò da questa all'altra vita munito di tutti li Santissimi Sacramenti in età d'anni 50 incirca e fui a levarlo nel convento dè Ill.mi RR. PP. dè Servi, dove morse per una schiopetata havuta nella lor chiesa, e fu sepolto in questa Chiesa Parrocchiale di S. Donnino.
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