Crisi del Reggiano Oggi in Provincia un nuovo vertice
REGGIO EMILIA. Potrebbero essere definiti due giorni di processo al Parmigiano-Reggiano, alla sua crisi ed al suo Consorzio quelli che rispettivamente si sono svolti martedì scorso al Senato e che,...
REGGIO EMILIA. Potrebbero essere definiti due giorni di processo al Parmigiano-Reggiano, alla sua crisi ed al suo Consorzio quelli che rispettivamente si sono svolti martedì scorso al Senato e che, oggi pomeriggio, sono in programma presso la sede dell’assessorato provinciale all’Agricoltura. Una serie di incontri che non va alla ricerca di colpe, colpevoli e condanne, ma di riflessioni volte a trovare una soluzione ad una crisi che da troppo tempo sta mettendo in ginocchio le aziende, che fino ad oggi non hanno mai visto prese di posizione ufficiali da parte di nessuna delle loro organizzazioni.
In effetti, tutte le associazioni sono sempre state attente a non esprimere pareri decisi in merito ad un problema così vitale per gli allevatori, tanto che molti produttori temono che lo stallo della situazione sia dovuta a questo atteggiamento dei loro rappresentanti. Silenzi che dall’esterno possono sembrare un po’ “bambineschi”, con la Coldiretti da un lato e tutti gli altri dall’altro e con la ragione che è sempre dell’una o dell’altra parte, a seconda dei punti di vista. L’importanza degli incontri di questi giorni, che hanno “costretto” le associazioni ad incontrarsi e a parlarsi, consistono proprio in questo. Nell’audizione al Senato di martedì, il presidente vicario di Coldiretti Reggio Emilia, Mauro Tonello, arrivato in città a seguito delle dimissioni di Marino Zani, presidente regionale Coldiretti e vicepresidente nazionale, è stato particolarmente esplicito.
«Prima di pensare alla riduzione della produzione – puntualizza Tonello – il Consorzio del Parmigiano reggiano dovrebbe tornare a valorizzare il prodotto in Italia e all’estero, che in questi anni è stato abbandonato o ceduto nelle mani di altri soggetti, facendo il lavoro che gli compete». «L’attuale governance del consorzio – denunciano da Coldiretti – ha dimostrato grossi limiti, visto che altri formaggi similari hanno raddoppiato negli anni la produzione e conquistato fette di mercato a scapito del Parmigiano. Colpa anche del fatto che è stata abbandonata l’attività di pubblicità in Italia, scelta discutibile considerato che il consumo nazionale rappresenta il 70% del totale. Al tempo stesso, l’attività promozionale all’estero è stata lasciata nelle mani degli esportatori. Strade che si sono dimostrate sbagliate, che imporrebbero a questo punto una riflessione su un cambio di governance all’interno del Consorzio, che ha preferito svolgere attività in campo commerciale, le cui perdite hanno drenato ingenti risorse che potevano essere invece impiegate nella valorizzazione e in una campagna pubblicitaria efficace rispetto a una situazione che vede oggi prevalere nel consumatore la conoscenza più di marche private che del Parmigiano-Reggiano in generale».
Adesso sono attese le repliche di Cia e Confagricoltura. E proprio la Cia, dopo l’audizione in commissione Agricoltura al Senato, ha detto la propria: «La situazione, comune a tutto il comparto lattiero-caseario, è difficile e rischia di trascinare in default gli allevatori – fanno sapere dall’associazione – Tra le cause il calo dei consumi, lo squilibrio tra domanda e offerta, ma anche il forte aumento della produzione di latte in Ue e l’embargo russo. Subito interventi a sostegno del reddito dei produttori, poi strategia mirata sul lungo periodo con un’equa ripartizione del valore aggiunto per tutti gli operatori della filiera». Per la Cia, «promuovere nuove forme di aggregazione della produzione, spingere su un nuovo progetto di Consorzio con l’obiettivo di un’equa ripartizione del valore aggiunto e dei rischi finanziari nella filiera e migliorare le politiche a sostegno dell’export: solo così si può far fronte alla difficile situazione del comparto, segnato dal crollo dei prezzi e dalla stagnazione dei consumi domestici. Le quotazioni attuali del Parmigiano sono inferiori del 17% di quelle a fine 2013 e del 32% rispetto al 2011, con prezzi all’origine che non coprono i costi di produzione».
Claudio Corradi
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