«Cammina con il Ferrari, ma è la manna per il clan»
Rimarcate nel decreto di sequestro le rivelazioni del pentito Cortese su Vertinelli. Il peso delle intercettazioni: «Lo sanno tutti che dietro a te c’è Grande Aracri»
REGGIO EMILIA. Due indagini antimafia (Scacco Matto e Pandora), diverse intercettazioni telefoniche, le rivelazioni del pentito Salvatore Angelo Cortese, il contenuto dell’interdittiva del 2010, la sproporzione fra redditi dichiarati ed incremento patrimoniale: su questi “pilastri” la Corte (presieduta da Francesco Caruso) ha disposto il maxi sequestro di beni (valutato sui dieci milioni di euro) nei confronti dell’imprenditore edile 53enne Palmo Vertinelli, nato a Cutro ma da tempo residente a Montecchio.
Nel decreto i tre giudici sintetizzano così la posizione dell’imprenditore: “Sulla base degli elementi disponibili – si legge – deve ritenersi che Palmo Vertinelli abbia nel corso degli anni assunto la veste di collaboratore delle cosche calabresi dalle quali ha ricavato finanziamento alle attività di impresa e, giovandosi del loro scudo protettivo, anche attraverso il metodo delle false fatturazioni, si è adoperato per reinvestire proventi illeciti”.
A ruota l’affondo sulla pericolosità sociale del 53enne “per avere avuto fino ad un recente passato sicuri contatti con appartenenti di spicco della ’ndrangheta, essendo stato destinatario di interdittiva antimafia; essendo sttao destinatario di avviso orale del questore ed essendo persona solita a frequentare pregiudicati ed esponenti della criminalità organizzata cutrese e crotonese con i quali è da tempo in proficui rapporti d’affari”.
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La Corte ricostruisce i rapporti fra Vertinelli e Nicolino Grande Aracri (considerato il boss della cosca cutrese) “spulciando” fra le intercettazioni telefoniche emerse nel 2000 durante l’inchiesta Scacco Matto, premettendo che l’imprenditore afferma a più riprese di essere cugino del capoclan “al quale deve riconoscenza per gli interventi posti in essere a suo favore” per poi aggiungere che gli “cura gli aspetti legati all’edilizia, investendo in tale settore, seguendone le direttive”.
Conversazioni intercettate da cui emergono un progetto da 22 miliardi da eseguire a Cutro, una persona (non identificata) considerata un infame da Grande Aracri, gli incontri a casa del boss. Poi la lapidaria frase di un interlocutore a Veltrinelli: «Lo sanno tutti che c’è lui alle spalle tue, che siete in società lo sanno tutti». Per la Corte tutto ciò è indizio di rapporti consolidati: “Vertinelli ha certamente svolto la sua attività di imprenditore in modo apparentemente lecito ma, almeno da un certo punto in poi – viene rimarcato nel decreto – si è certamente avvalso del rapporto di reciproco sostegno intercorrente fra Nicolino Grande Aracri e con i suoi uomini avvantaggiandosi dell’appoggio dell’organizzazione e della circostanza di poter “spendere” con i terzi la considerazione della quale godono l’associazione e il suo capo, ma soprattutto della loro capacità di intimidazione.
"L’associazione, e segnatamente Nicolino Grande Aracri che ne è a capo, a sua volta, si avvale delle prestazioni di Vertinelli che consistono nel far fruttare il denaro dell’organizzazione stessa, nell’occuparsi delle gare di appalto, nel costituire un terminale formalmente lecito per il reinvestimento delle risorse dell’organizzazione ovvero per ridistribuire alla stessa parte dei profitti così ottenuti, in un coacervo indistinguibile fra vantaggi leciti e illeciti”.
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Colorite nella loro crudezza le descrizioni del pentito Cortese che – nel 2008, nel contesto dell’inchiesta Pandora – parla di Vertinelli come uno che «cammina col Ferrari», ma anche «come una manna dal cielo per le cosche», aggiungendo che è una persona con cui «i direttori di banca ci vanno a mangiare insieme», accomunando la situazione dell’imprenditore edile con quella di altro d’origine cutrese.
« E’ come un bancomat, bancomat che non finisce mai, oltre appoggi perché loro hanno case, macchine, si mettono a disposizione, perché loro ormai i soldi ce li hanno che gli escono dagli orecchi, non hanno problemi». Cortese rivestiva i panni di esattore della cosca Grande Aracri e riferisce delle lamentele, nel 2005, di Vertinelli per l’ennesima richiesta di denaro (5mila euro): «Andai al suo ristorante a Montecchio, prima mangiammo là che non mi fece nemmeno pagare, andammo fuori e fece uno sfogo “Salvatore non ce la faccio più...”».
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