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MAFIE IN EMILIA

Mario Cannizzo, il carabiniere in congedo minacciato dalle cosche

Mario Cannizzo, il carabiniere in congedo minacciato dalle cosche

I suoi guai _ con le prime minacce ricevute _ erano iniziati nel 1999, in tribunale a Reggio Emilia, nei giorni caldi dell'arresto di Paolo Bellini. Nel 2010, quando era già in pensione, con decreto prefettizio non gli era stato rinnovato il porto d'armi

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REGGIO EMILIA. 'Ndrangheta, minacce di morte, una pistola, il porto d'armi revocato. E' una storia intricata e a dir poco delicata quella di Mario Cannizzo, un sottufficiale dei carabinieri in pensione arrestato nell'ambito della maxi operazione Aemilia, accusato di estorsione.

I suoi guai iniziano nel 1999 in tribunale a Reggio, nei giorni caldi dell'arresto del killer Paolo Bellini e di quelli che vengono considerati i suoi complici in sanguinari affari di mafia. «Prima o poi te la facciamo pagare» è la minaccia di morte che gli arriva, sibilata, in un'aula del palazzo di giustizia. Il carabiniere capisce al volo di cosa si tratta, c'entra l'ndrangheta: «Il clan Dragone mi ha messo sotto tiro - dice - per loro sono una bestia nera». Minacce ritenute fondate dagli inquirenti e al militare (a quei tempi ancora in attività) che ha già il porto d'armi per difesa personale, venne anche concessa "una saltuaria vigilanza onde assicurargli comunque sicurezza" come dispose il comando dei carabinieri della Regione Emilia-Romagna.

Minacciato, stava da tempo facendo, sottotraccia, un lavoro a rischio: oltre a diversi arresti (sarà premiato per il buon lavoro svolto), ha dato la caccia a Bellini, cerca di carpire notizie sulle mosse della malavita organizzata calabrese, ha dei buoni informatori-confidenti. Qualche nemico se l'è però sicuramente fatto se anche dopo il pensionamento c'è ancora chi lo tiene sotto tiro. Il primo segnale serio gli arriva in tal senso nel 2004: 5 pallottole calibro 7.65 recapitate nella buca delle lettere. Lui non dice nulla in casa, non vuole spaventare i familiari, spera che essendo ormai in pensione e fuori dai giochi la cosa vada spegnendosi. Ha comunque con sé la pistola (una Tanfoglio calibro 9x21) e sta guardingo.

Nel 2010 la svolta che non t'aspetti. Al militare in pensione, con decreto prefettizio, non viene rinnovato il porto d'armi. E' l'inizio di una battaglia legale, perché per i trascorsi investigativi teme per la propria incolumità. Ma il ministero dell'Interno (2011), il Tar (2012) e il Consiglio di Stato (2013) non revocano quel provvedimento prefettizio. Intanto, però, in questi anni di carte bollate l'ex carabiniere va a finire sulla graticola, con episodi che regolarmente denuncia e su cui la procura sta ancora indagando. L'inizio è in perfetto stile mafioso.

Vecchi confidenti in ambienti calabresi lo contattano nel 2011 e vanno subito al sodo: «Vi sono due persone che stanno chiedendo in giro se hai ancora il porto d'armi…». Gelo lungo la schiena. Come mai si sa in giro della revoca? Sotto Natale - e siamo nel 2012 - arrivano due telefonate inquietanti sul cellulare dell'ex carabiniere. E' una voce maschile. Nel primo squillo la frase è da shock: «Ancora stai camminando, bastardo sono tanti anni che cammini, quanto prima ti facciamo la festa». Quattro giorni dopo un'altra cupa chiamata: «Che fai non rispondi? Hai paura? Come ti senti adesso che sei senza pistola addosso pezzo di merda, quando hai fatto lo sbirro era meglio che ti facevi i cazzi tuoi, bastardo, ti mangiamo il cuore». Nel luglio 2013 è la volta di un messaggio minaccioso sulla segreteria del telefonino: «Bastardo è inutile che attacchi la segreteria. Stai facendo il pollo in giro stai facendo, mo' ti facciamo vedere noi, ti facciamo vedere bastardo, è inutile che attacchi la segreteria, rispondi». Su tutto ciò, come detto, è stato aperto un fascicolo per minacce.

Intanto va avanti la battaglia legale, perché il porto d'armi rimane congelato e il militare vuole sapere come mai, in una situazione simile, non possa riavere l'uso della pistola. La risposta è di quelle dure e gli arriva tramite la Commissione per l'accesso ai documenti amministrativi (a cui ha fatto istanza presso la Presidenza del Consiglio) che gli permette d'accedere alla documentazione prefettizia che lo riguarda relativamente al porto d'armi revocato. E leggendo quegli atti scopre il parere contrario dato nel 2010 dal comando provinciale dei carabinieri, a cui risultano frequentazioni del militare in pensione con pregiudicati, nonché contigui alla cosca cutrese Grande Aracri. E' un pesante giudizio di inaffidabilità morale, a cui l'ex carabiniere ha replicato con una denuncia per diffamazione (chiedendo che si indaghi su chi quattro anni fa fece quel rapporto), ripresentando inoltre quest'anno in prefettura la richiesta di porto d'armi (però sinora non ha ricevuto risposta).

Nell'agosto scorso aveva scritto anche un'accorata lettera al prefetto Antonella De Miro che, però, nel frattempo è stata trasferita. Il militare in pensione teme ritorsioni, inoltre si sente tradito: «Io vorrei sapere se nei 24 anni di servizio ho fatto il carabiniere o il delinquente? Questo è un peso che mi sto portando dietro - rimarca, infervorandosi - come si fa a dire che frequento persone pregiudicate dopo che sono andato in pensione? Quando ero in attività cercavo e trovavo dritte utili per le indagini dai confidenti, ora li ho ricontattati perché l'ndrangheta calabrese mi vuole morto e sto cercando di raccogliere informazioni per proteggere me e la mia famiglia. E' forse un delitto che un ex sottufficiale dei carabinieri minacciato di morte faccia delle proprie ricerche per capire cosa sta succedendo? E per questo è una persona inaffidabile? Mi sono sentito offeso leggendo quegli atti!».

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