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«Io, volontario per aiutare i profughi»

di Gabriele Bassanetti
«Io, volontario per aiutare i profughi»

Rubiera: la storia di un giovane che, dopo una prima esperienza con Operazione Colomba, cerca di rientrare in Libano

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RUBIERA. C.B. è un giovane rubierese che, invece di trascorrere le festività natalizie con panettone e spumante, le ha passate cercando di rientrare fra i profughi siriani in Libano, dove aveva trascorso diversi mesi. Senza successo: 30 ore di fermo all'aeroporto, poi il ritorno a casa, pieno di frustrazione e rabbia. Il giovane opera per conto della Comunità Papa Giovanni XXIII e fa parte di Operazione Colomba, il "Corpo nonviolento di pace" della comunità.

«Diamo sostegno ai profughi fuggiti dalla Siria, in particolare in un campo libanese, a Telabbas. Quello che fa la nostra organizzazione è cercare di entrare nel conflitto condividendo ciò che vivono le vittime e cercando soluzioni nonviolente verso una riconciliazione. Siamo in Libano perché entrare in Siria, al momento, è impossibile, ma buona parte dei perseguitati sono approdati qui: un milione e mezzo circa, a fronte di una popolazione libanese di circa quattro milioni di persone».

«Si può capire quanto sia complicata la situazione – prosegue il giovane rubierese – e in effetti il governo libanese ha vietato la realizzazione di campi profughi formali. Le persone devono arrangiarsi, affittando garage, capannoni oppure terreni su cui realizzano da soli e a proprie spese qualche tenda. Noi viviamo nelle tende con loro, condividiamo il loro dolore e cerchiamo di fare da tramite anche presso le organizzazioni internazionali perché ricevano qualche appoggio».

Dopo il rientro in Italia qualche settimana fa, C.B. doveva raggiungere nuovamente i quattro volontari al momento in Libano: «L'ennesimo visto turistico ha insospettito le autorità. Anche se il Libano è abbastanza tollerante, non favorisce i profughi, sia perché teme infiltrazioni fondamentaliste, sia per le difficoltà che queste numerose presenze possono causare. Sono stato trenta ore in aeroporto senza i documenti, in una situazione frustrante in cui, però, ho conosciuto altre persone e condiviso anche questo tipo di problema con loro».

C.B. ha scelto di andare a incontrare direttamente la sofferenza di persone «che raccontano esperienze terribili, tra chi ha perso tutto e anche qualche affetto; chi ha subito torture; chi è stato coinvolto in conflitti a fuoco. Là siamo anche una garanzia di sicurezza. Le tensioni non mancano, i timori di presenze estremiste ci sono, e spesso i campi spontanei subiscono raid dell'esercito o attacchi di civili. La presenza di occidentali come noi è una sorta di garanzia per i siriani. Siamo anche mediatori, in particolare nei confronti della comunità libanese locale, con cui abbiamo ottimi rapporti. Siamo gli unici che vivono nei campi con i profughi – prosegue il giovane rubierese – abbiamo esperienza, godiamo di una certa fiducia, la usiamo per trovare aiuti per queste persone».

Il proprio nome per esteso, preferisce non fornirlo: «Sto cercando di rientrare, tramite qualche aggancio o canale alternativo; preferisco non essere troppo individuabile».

Una piccola pattuglia di volontari, ma comunque assistiti da un'organizzazione. Il recente caso delle due ragazze rapite dall'Isis (e poi rilasciate fra mille polemiche) ha fatto discutere proprio per la scelta di avventurarsi da volontarie in modo troppo avventato. «L'impegno umanitario è sempre una bella cosa. Mi spiace che queste ragazze passino per criminali, perché il loro fine era nobile. Certo, qualche accortezza ci vuole. La nostra comunità ha deciso, in effetti, che entrare in Siria poteva essere pericoloso; come occidentali si rischiava di diventare obiettivi dei terroristi. In Libano la situazione al momento è più tranquilla, ma se dovesse peggiorare e ci rendessimo conto di essere obiettivi sensibili, ce ne andremmo, non tanto per la nostra salvezza ma per non mettere in pericolo gli stessi profughi che assistiamo. Per loro siamo una speranza, spesso diventiamo parte della famiglia. L'ultima cosa che vogliamo è esporli al pericolo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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