Gazzetta di Reggio

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Università e imprese, mondi distanti

di Luigi Vinceti
Università e imprese, mondi distanti

Lo dice la ricerca di Unioncamere. Stefano Landi: «Le aziende sfruttino di più il lavoro dei centri di ricerca»

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REGGIO EMILIA. «Le nostre imprese sono dotate di ingegno, capacità creativa, duttilità, ma, debbo ammetterlo, sono poco avvezze ad avvalersi delle competenze e della collaborazione dei centri di ricerca universitaria. Dobbiamo imparare a farlo».

Chi lo afferma è il presidente della Camera di commercio – a sua volta imprenditore – Stefano Landi e la sua osservazione avvalora i contenuti dal Rapporto 2014 di Unioncamere che ha registrato questo aspetto negativo dell’imprenditoria reggiana.

Lo studio ha interessato un campione di 220 imprese della provincia di Reggio Emilia e oltre 1.600 imprese del tessuto emiliano-romagnolo, per rilevare il grado di innovazione delle imprese, i punti di forza, le aree di miglioramento e le criticità. Reggio viene spesso definita capitale delle piccole-medie imprese e ciò rispecchia fedelmente la realtà. Molte aziende, anche per queste ridotte dimensioni, stanno affrontando questa infinita crisi con una certa fatica perché da sole non riescono sempre ad esportare.

Riescono però a resistere, in particolare quelle di proprietà familiare che svolgono una attività prevalentemente manifatturiera.Appartengono alla schiera delle artefici del cosiddetto “made in Italy”, che si sono fatte carico di sperimentare, innovare, cercare soluzioni. Il loro limite sono però le dimensioni che si rispecchiano nelle risorse; in compenso hanno il pregio di sapersi adattare a tutte le situazioni con una flessibilità organizzativa che le premia nell’affrontare fattori contingenti. Ora stanno imparando anche ad esportare e creano sistemi di imprese a rete: nascono alleanze e vengono creati nuovi posti di lavoro.Fra i fattori qualificanti dell’imprenditoria reggiana, rispetto alla media regionale – sempre stando al Rapporto di Unioncamere – figurano la capacità di collaborazione con i clienti, la conoscenza apportata dal personale, il trasferimento tecnologico da altri settori, e il collegamento con i fornitori. Infine ci sono la ricerca e lo sviluppo interno, mentre risultano scarse le collaborazioni con altre imprese, la partecipazione e fiere e convegni e i rapporti con la stampa specializzata nonché l’imitazione di processi/prodotti creati da altri per finire con la parziale collaborazione con le istituzioni.

Il capitolo con la percentuale più bassa (4,3% rispetto ad una media regionale del 10,8%) è proprio quello dei collegamenti con le università. Forse anche perché è abbastanza recente la creazione nella nostra città di un Tecnopolo promosso da Unimore insieme a Comune, Provincia, Crpa (Centro ricerche produzioni animali) e supportato dall’ente camerale.

Al suo interno sono stati attivati vari laboratori: Intermech per la meccatronica, En&Tech per le costruzioni, Biogest-Siteia e Crpa per l’agro-alimentare, Crpa Lab per l’energia e l’ambiente. Óltre il 17% delle aziende consultate osserva che l’attività svolta dalle università e dai centri di ricerca non coincide con le esigenze delle imprese. Con l’aggiunta della difficoltà di relazionarsi con i centri di ricerca pubblici e nel 2014, rispetto al 2013, non sembra che le cose siano granché cambiate.

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