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La diffusione del lupo sull’Appennino è un ritorno all’antico

di Luca Tondelli
La diffusione del lupo sull’Appennino è un ritorno all’antico

L’esperto Willy Reggioni replica alle polemiche sulla presenza dell’animale predatore fra le montagne

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VILLA MINOZZO. E’ un argomento molto dibattuto in questi giorni la presenza del lupo in Appennino e le difficoltà di convivenza con le attività umane, specie dopo il rinvenimento di quello che con ogni probabilità la carcassa di un lupo abbattuto da colpi di arma da fuoco nei boschi di Gazzano.

Una panoramica a tutto campo sulla presenza del lupo sul crinale è stata pubblicata sul sito del Parco nazionale, realizzata dal Responsabile del Wolf Appennine Center Willy Reggioni, che peraltro da ormai molti anni segue i progetti di salvaguardia di questo predatore sul crinale tosco emiliano. Innanzitutto Reggioni fuga ancora una volta i dubbi sul fatto che in Appennino il lupo sia stato reintrodotto.

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«Trovo abbastanza anacronistico nel 2015 che qualcuno ancora affermi o lasci intendere che il lupo è tornato su tutto l'Appennino e su gran parte dell’arco alpino per mano dell’uomo. Sono spiacente, ma non siamo stati così efficienti. Dico non siamo così efficienti perché normalmente la responsabilità, nel senso di “colpa”, viene attribuita ai parchi. Nell’immaginario collettivo sono i parchi o genericamente i verdi che liberano animali. E’ invece corretto dire che il lupo è tornato su tutto l’Appennino “nonostante” i parchi e i verdi, o meglio nonostante l’immobilismo dei parchi sul fronte della conservazione del lupo e le aspre battaglie degli ambientalisti sostenute fin dagli anni ’70. Il lupo è tornato perché si è mostrato più abile e più preparato di altre specie a sfruttare l’occasione che l’andamento economico sociale che ha caratterizzato l’Appennino negli ultimi 40 anni gli ha offerto: lo spopolamento della montagna».

Spiega ancora Reggioni: «Quando la stragrande maggioranza della popolazione viveva di agricoltura e allevamento, ogni elemento che interferiva con le produzione veniva sistematicamente eliminato. Caprioli, cervi, cinghiali e quindi anche i lupi sono stati eradicati da una forza lavoro immensa di agricoltori, allevatori e cacciatori perché in conflitto con il reddito di tutte le famiglie che vivevano in montagna. I cambiamenti socio-economici, che hanno portato al progressivo spopolamento della montagna, hanno infatti portato con il tempo un minore presidio della montagna che a sua volta ha permesso un incremento del bosco e del numero grandi ungulati selvatici ovvero le condizioni ideali per il ritorno del predatore».

Rispetto ai conflitti che comunque sembrano essere rinati con alcune attività umane sul crinale, in particolare l’allevamento di ovini spesso predati dal lupo, Reggioni conclude: «L’obiettivo del Wolf Appennine Center è superare i conflitti di competenza anche territoriale e tentare di avere un approccio coordinato e standardizzato alla soluzione dei problemi sollevati dalla presenza di questa specie in aree antropizzate. E’ una sorta di costola del Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano ed è organizzato in quattro settori con specifiche competenze: settore sanitario, con competenze generali riguardanti il recupero di lupi feriti o avvelenati; il recupero di lupi morti e l’analisi delle cause di morte; la collaborazione alle attività antibracconaggio coordinate dal Cta del Corpo Forestale all’interno del territorio del parco; settore conflitto uomo-lupo, con competenze nell’ambito della prevenzione ed accertamento dei danni alla zootecnia. I tecnici intervengono operativamente compiendo sopralluoghi diretti sulle predazioni avvenute nelle aziende zootecniche, e hanno curato la realizzazione di moltissimi recinti fissi anti lupo, recinzioni elettrificate anti-lupo hanno contribuito a diffondere l'uso del cane da difesa ed in particolare della razza conosciuta come maremmano-abruzzese».

Reggioni conclude poi rispondendo ad una semplice domanda: ci sono troppi lupi? E’ ragionevole ipotizzare un controllo della specie?

«E’ una affermazione ambigua. Troppi rispetto a cosa? A quelli che vorrebbero che ci fossero i pastori? Allora la risposta è assolutamente si. I pastori non vogliono i lupi. Ce ne sono troppi rispetto a quelli che vorrebbero gli animalisti? Non credo. Ce ne sono troppi rispetto a quelli che vorrebbero i cacciatori? In questo caso molto dipende dall’andamento dei carnieri. Se i carnieri sono soddisfacenti allora la presenza del lupo è tollerata. Se i carnieri sono modesti o alcuni cani da caccia vengono predati dai lupi allora la presenza di questa specie non lo è più. Da un punto di vista biologico invece l’affermazione non ha senso. Non c’è un solo lupo in più rispetto a quelli che il nostro ambiente naturale può sostenere. Diverso è invece domandarsi se è giusto, nel senso di opportuno, che il lupo sia presente anche in pianura padana ovvero in contesti fortemente antropizzati».

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