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L’ospedale compie 50 anni. In un libro, molte storie

L’ospedale compie 50 anni. In un libro, molte storie

Presentato al Valli il volume scritto dal professor Portioli e dallo storico Guarienti. L’ex primario: «Lavoro monumentale ma leggero che ha coinvolto 127 persone»

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REGGIO EMILIA. Cinquant'anni fa fu inaugurata l'attuale sede dell'arcispedale Santa Maria Nuova. Negli anni l'ospedale è diventato una struttura di eccellenza a livello internazionale. Una delle figure che ne hanno segnato la storia è Italo Portioli, primario dal 1969 per quasi 30 anni, dal 1997 direttore scientifico dell'arcispedale e dal 2007 coordinatore del gruppo di lavoro per il prestigioso riconoscimento di Irccs (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico). Oggi è coautore del libro “Storia dell'Arcispedale Santa Maria Nuova 1965-2015", scritto con lo storico Carlo Baja Guarienti. Il volume, pubblicato da Maselli e realizzato con il contributo di Boorea e Landi Renzo Spa, è stato presentato ieri al teatro Valli nell’ambito delle celebrazioni per il cinquantenario dell’ospedale.

Professore, come nasce il libro sull'arcispedale?

«Sono stato indicato come redattore ideale in quanto ritenuto, per i miei quasi 50 anni di presenza sul campo, la memoria storica dell'arcispedale. L'intuizione alla base del lavoro è stata decidere di non farne una storia documentaria, archivistica, ma di provare a raccontare l'ospedale dal di dentro. Ho chiesto in modo diretto ai responsabili dei servizi di ricostruire il proprio percorso all'interno del Santa Maria Nuova, evidenziando quale sia stato il loro apporto alla sua crescita, alla ricerca, alle collaborazioni tra reparti. Un lavoro monumentale durato quasi 5 anni, che ha coinvolto 127 persone, ognuna con i suoi tempi, i suoi modi e il suo portato umano. Per mettere ordine in questa quantità disarmante di contributi è stato indispensabile l'intervento di Carlo Baja Guarienti, storico di professione che mi ha affiancato in questa fatica».

Il risultato non è tanto un libro di storia, quanto di storie. Dall'impostazione emerge come quello dell'arcispedale sia un racconto a più voci.

«Le risposte sono state asimmetriche: diverse per lunghezza, adesione e spirito. Per alcuni è stato un atto nostalgico ed evocativo, per altri un "parliamo tanto di me", per altri ancora l'occasione di una rivendicazione orgogliosa dei propri meriti o persino di rivalsa per presunti torti subiti nel corso del lavoro. Questa disomogeneità è uno dei tratti rilevanti del libro che, a mio parere, gli conferisce una sorta di leggerezza e rende più viva e autentica la narrazione. Le anime multiformi che vi respirano, la babele degli stili degli estensori, le stesse disomogeneità materiali, con la loro apparente incongruità rappresentano anche quella che è stata la forza cementante di questi 50 anni di storia dell'Arcispedale. Per di più, proprio in virtù della sua "libera navigazione" e della rinuncia a imposizioni accademiche, il libro finisce per espandersi e inserirsi nella cosiddetta "storia continua", nella storia generale di questo mezzo secolo di vita della città e del paese».

Qual è stato il più significativo punto di svolta nella storia del Santa Maria Nuova?

«Oltre a un contenuto descrittivo e documentale, questo lavoro ha un innegabile contenuto interpretativo che, naturalmente, corrisponde al mio contributo ideologico: secondo una lettura personale, il punto di svolta per l'arcispedale è stato intuire che avesse tutte le potenzialità per fare il salto da grosso ospedale a grande ospedale. Già nel 1974 facevo ricerca a livello molto alto, in un momento storico in cui non solo non mi veniva richiesto, ma non avrei nemmeno potuto farlo. Mi attribuisco il merito di aver inserito in un corpo già vitale il seme della ricerca, anche grazie alla suggestiva capacità di “ante-visione” di futuro di un grande direttore, Giuseppe Soncini. Quel seme negli anni ha dato grandi frutti, fino all'importantissimo riconoscimento per l'ospedale di Irccs ottenuto nel 2012». (c.t.)

 

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