Le viscere del vecchio Opg grondano dolore e follia
A due passi dal centro, il manicomio criminale è rimasto «cristallizzato»
I portoni robusti delimitano ogni cella. Dagli spioncini pare di scorgere ancora gli internati. Alle finestre ci sono spesse inferriate di ferro: fuori la luce è quasi accecante, doveva esserlo anche a quel tempo, quando il "fuori" pareva un sogno. Nel lungo corridoio di ogni padiglione, sembra di sentire le urla, le stesse che i "vicini di casa" di allora dicevano di udire. Poi la bacheca con le chiavi degli uffici, delle cucine, dei cassetti, delle celle è ancora lì: ci sarà qualche guardia a custodirle? E i registri sul tavolo? Una cassaforte è chiusa a chiave: impossibile aprirla. Poi caldaie, lavandini enormi e tavoli riempiono il refettorio. Anche la cappellina è riconoscibile: vi è una croce sulla parete, croce che avrà sentito non si sa quante preghiere. Ogni padiglione ha il suo luogo per l'ora d'aria: un'area cortiliva trasformata in campetto da calcio. Ci sono le porte disegnate e le panchine. Era il momento sicuramente più piacevole della giornata. Non mancano le torrette, da dove si monitorava dall'alto, e la casa del direttore. Doveva essere piuttosto inquietante stare lì, tra quelle mura, mentre fuori, a pochi passi, Reggio era viva. La via Emilia era piena di gente, i fedeli andavano a messa.
I Segni del tempo. Il complesso dell'Opg - compreso tra il controviale della circonvallazione di viale Timavo, via dei Servi e via del Portone - per certi versi pare essersi fermato nel tempo. Per altri, il segno dei giorni, dei mesi e degli anni che l'hanno visto chiuso, si fanno sentire. Eccome. Piccioni morti, escrementi, materassi di qualche senzatetto, lavandini rotti, cappellina usata come deposito, pareti scrostate e porzioni di pavimento collassate. Infiltrazioni d'acqua, fili scoperti. Ci sono anche resti di usi successivi: pannelli appesi al soffitto ricordano che in uno dei quattro padiglioni si è svolta una mostra; un bancone da bar ricorda serate e vita post Opg, un maxi schermo mostra che l'ex cappella per un periodo è diventata un cinema. Questo luogo trasuda dolore. Dolore per quello che è stato. Dolore perché ora è vuoto e chissà se troverà mai una seconda vita, auspicabilmente migliore.
La sua storia. Valerio Bussei, dirigente del Servizio infrastrutture della Provincia, e l'architetto Fiorenzo Basenghi, responsabile dell'Unità operativa del Patrimonio Storico ci spiegano un po' la sua storia. "L'imponente edificio - dice Basenghi - è nato come convento ad opera dei Padri della Missione e figura già esistente nel 1675". Le cose poi cambiarono nel 1796: "il convento venne incamerato dal Demanio e convertito in carcere correzionale poi, nel 1896, venne trasformato in Opg. Nel primi decenni del '900 vennero costruiti quattro padiglioni quadrangolari e l'alloggio del direttore". Nel '91 sorse il nuovo Opg e fu la fine del vecchio. "L'ex Opg nel 2001 - ricorda Bussei - venne acquistato dalla Provincia per realizzarci degli uffici ma poi le cose cambiarono e la situazione attuale...beh la conosciamo tutti". Negli anni sono stati fatti diversi interventi: "in particolare alla parte esterna, per evitare cadute di calcinacci o quant'altro". "Ad oggi - prosegue Basenghi - è stato dichiarato inagibile ed è stato inserito tra gli immobili da alienare, pur con diversi vincoli da rispettare". Ecco dunque che l'ex Opg aspetta un acquirente mentre resta lì, vuoto, freddo, trasudante di storia.
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