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Bombe, fucili, bazooka: ecco l'arsenale del clan

Evaristo Sparvieri
Bombe, fucili, bazooka: ecco l'arsenale del clan

L'allarme lanciato dalla Dda davanti alla Commissione Antimafia: dalle intercettazioni emergono lezioni di sparo e pianificazioni di attentanti

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REGGIO EMILIA. Pistole, fucili, un detonatore. E poi bombe a mano e mitragliatrici. Persino un bazooka. Parlano di armi come fossero caramelle. Armi da sparo e armi da guerra, dimostrando che la mafia del nord, quella che fa affari, se vuole è in grado di ricorrere anche a forme di intimidazione e violenza tipiche della criminalità organizzata. «Se non lo fa è perché non ne ha bisogno». È questa l’inquietante constatazione emersa nella tappa reggiana della commissione antimafia, dove il procuratore capo della Dda di Bologna, Roberto Alfonso, e il pm, Marco Mescolini, hanno avvertito che l’operazione Aemilia non è affatto conclusa: «Non siamo al giorno dopo, siamo ancora nel durante». I magistrati hanno parlato di un vero arsenale. Sono le intercettazioni a testimoniarlo. Una disponibilità di armi documentata dalle carte, con i capi di imputazione per detenzione e porto abusivo che riguardano la maggior parte dei personaggi raggiunti dalle 117 ordinanze di custodia cautelare.

IL DETONATORE C4. Roberta Tattini, la 42enne consulente finanziaria bolognese arrestata il 28 gennaio, si trova nel suo ufficio. È il 27 aprile 2012. Parla con un imprenditore, raccontando i suoi rapporti con i Grandi Aracri: «m’hanno portato il detonatore C4 dietro in macchina.. - dice - per caricare loro che erano ancora... ancora con me...». Non sembra un caso sporadico per gli inquirenti, che invece osservano come la donna non sia «per nulla digiuna di armi». Di lì a qualche mese, il 28 luglio 2012, durante un summit dei Grande Aracri, la Dda intercetta una conversazione fra i vertici della cosca. Si parla di un attentato: «Che noi ... qua ... qua gli abbiamo messo ... qua gli abbiamo messo una ... una bomba ... ... una "landra" piena di ... DINAMITE ... di TRITOLO ... ha preso un palo … "boom boom"», racconta Nicolino Grande Aracri. Due episodi che per gli inquirenti potrebbero essere collegati.

A SCUOLA DI SPARO. Non solo il detonatore. Anche le pistole. Questa volta è il 29 settembre 2011. Nella sua auto, Antonio Gualtieri, considerato il referente della cosca su Reggio e Piacenza, fa una lezione sempre alla Tattini in materia di pistole. «Io ce l'ho.. normale! – dice la donna - si, non... si però pure adesso: tra averla e sparare è un altro paio di maniche eh!». Il consiglio di Gualtieri? «Spara e te ne fotti».
 

BAZOOKA E BOMBE. Si parla di estorsioni nel Piacentino. Ed è qui che Pierino Vetere si intrattiene in una conversazione con Francesco Lerose e Pasquale Vetere. «Vedi di trovare 5... 5 o 10 bombe a mano... », dice quest’ultimo. «Alla...alla fine quando siamo tutto a posto e saldato... gliela faccio brutta... me lo sono ripromesso...», risponde Lerose. «Gli spariamo con il 24 mio», aggiunge Pierino Vetere. Atti intimidatori nei confronti di un imprenditore: «Pigliamo un bazooka... mi metto da là... », riprende Pasquale Vetere. «Ma quale bazooka?...», replica Pierino Vetere.

QUESTIONE DI CALIBRO. Fucili e pistole. Nelle carte spuntano ovunque. Di ogni modello. Detenute legalmente o illegalmente, in giri malavitosi durante le quali vengono abrase le matricole Fra gli episodi citati, quello di un albanese che decide di scrivere alla Dda per denunciare le vessazioni subite. Racconta la disponibilità di armi di Gaetano Blasco. Il fratello di Blasco, Salvatore, era l’armaiolo del clan. È stato ucciso a Cutro nel 2004. Nelle indicazioni che il cittadino albanese dà agli inquirenti, si racconta «di due cassette di plastica che contenevano due mitra di piccole dimensioni, poco più grossi di una pistola». Le cassette erano in una cantina di via Bruno, a Cella, «appena giunte dalla Germania, sarebbero state prelevate da un uomo per essere portate in Calabria». Perché le armi, nelle ricostruzioni degli inquirenti, circolano dall’Emilia alla Calabria, varcando anche i confini italiani.

LA BACINELLA. È il pentito Francesco Oliverio, durante un interrogatorio del 2012, a raccontare della “bacinella”. È la cassa comune delle ’ndrine, dalla quale sono tratti i capitali per gli affari dell’organizzazione. «Quando per dire c'era 'sta bacinella comune, si facevano 'ste.. si versavano 'sti soldi in questa bacinella comune, arrivati ad una certa cifra si attivavano delle attività; quindi cercavamo sempre un 'ndranghetista magari ancora incensurato, di tenerlo pulito». Una bacinella prosciugata per rifornirsi di armi: «E nella guerra siamo rimasti pure che nella bacinella non ce n'era! Era rimasta vuota tra gli acquisti delle armi ..», aggiunge. Tante armi, che potrebbero essere affidate ad una sola persona. È sempre Oliverio a raccontarlo: «Sì, la 'ndrina del posto, dove si trova questa 'ndrina c'ha una .. c'ha un armiere, chiamiamolo così, che ci lasciano per conto della 'ndrina .. non so quante ce ne hanno, fucili e pistole, e le tiene uno solo. In più ogni affiliato può avere il suo pacchetto personale ».

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