«Nicolino Sarcone a capo del clan a Reggio Emilia»
Il pentito Cortese conferma i legami del 49enne con la cosca Grande Aracri. Più vago il collaboratore di giustizia Vrenna. Rivoluzionato il pool difensivo. Oggi si decide su Pagliani
REGGIO EMILIA. Tribunale super blindato – ieri mattina – per l’audizione di due pentiti di mafia (nascosti in aula da paraventi) nell’ambito del procedimento in cui la Corte (presieduta da Francesco Caruso) dovrà esprimersi sul maxi sequestro dei beni (fra Italia e Lituania) alla famiglia Sarcone, nonché sulla richiesta di sorveglianza speciale. Come sempre l’udienza si è tenuta a porte chiuse ed è andata avanti per circa quattro ore.
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Su questo procedimento, ovviamente, stanno cominciando a farsi sentire gli effetti dell’operazione antimafia Aemilia che ha portato in carcere due dei quattro fratelli Sarcone (Nicolino e Gianluigi) da settembre invischiati nel maxi sequestro da circa cinque milioni di euro fra ville, appartamenti, ditte, capannoni, mezzi edili, auto e conti correnti. Il 49enne Nicolino Sarcone (difeso da Luigi Colacino) ha preferito rimanere in cella e disertare quest’udienza, ma il suo nome è riecheggiato più volte in aula, sulla scia delle affermazioni fatte dal primo pentito sentito, cioè Angelo Salvatore Cortese (per anni figura di primo piano, prima della cosca Dragone, poi del clan Grande Aracri impostosi in una sanguinaria lotta intestina).
Il concetto espresso è stato secco: Nicolino Sarcone è legato al clan Grande Aracri di Cutro e comanda la “succursale” di Reggio Emilia. Da quanto “filtra” quello di Cortese è stato un racconto infarcito di termini tipici dell’ndrangheta: la mamma riferendosi al nucleo centrale che si identifica in Nicolino Grande Aracri, la parola ’ndrina per descrivere il gruppo mafioso che opera nella nostra città, lo sgarro per parlare di un grado all’interno del clan di cui ha definito come affiliati con certezza solo Nicolino e Gianluigi Sarcone, esprimendo invece valutazioni più sfumate sugli altri due fratelli Giuseppe e Carmine quanto a coinvolgimenti in fatti di mafia.
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Parole e ricostruzioni da parte di Cortese che non stupiscono, perché questi concetti sui Sarcone (riportati ora nell’ordinanza degli oltre cento arresti firmata dal gip Alberto Ziroldi) sono stati espressi dal pentito nell’interrogatorio del 7 marzo 2012 davanti al pm antimafia Marco Mescolini.
“Loro inizialmente – si legge nell’interrogatorio di Cortese – tutti uomini di Dragone erano... poi sono passati a Grande Aracri Nicolino che... anche... Antonio Dragone, pure che era in carcere, quando veniva fatto un rimpiazzo, si dice una fedelizzazione, si metteva sempre lui capo società, anche se lui non c’era, poi si mandava l’ambasciata in carcere «vedi che è stato rimpiazzato».
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Quando poi è stata la rottura... son passati tutti quanti con Grande Aracri Nicolino, l’ho fatto anch’io nel ’99 il passaggio”. Anche ieri Cortese – come nell’interrogatorio di tre anni fa – ha indicato Nicolino Sarcone come il mandante dell’omicidio di Antonio Villirillo (abitava a Reggio ma venne ucciso nel '93 in Calabria da un vero e proprio gruppo di fuoco), freddato – secondo il pentito – per una questione amorosa.
Una lunga testimonianza inframmezzata anche da elementi nuovi che i difensori – a fine udienza – non esitano a definire «discordanti», da qui l’intenzione come replica sia di produrre della documentazione, sia di sentire altri testimoni. Decisamente più breve lo spazio riservato al secondo pentito, quel Giuseppe Vrenna con un passato da capo-bastone (della cosca Vrenna-Corigliano-Bonaventura di Crotone) per poi diventare collaboratore di giustizia a fine 2010. Ha detto di aver conosciuto uno dei fratelli Sarcone in carcere, senza però ricordare con esattezza chi fosse. Una conoscenza datata nel tempo, senza riferimenti certi a legami mafiosi. Si tornerà in aula a fine aprile e come è apparso chiaro ieri, il pool difensivo è stato rivoluzionato: Gianluigi (ora in cella a Bologna, ma presente in aula) e i fratelli Giuseppe e Carmine Sarcone sono assistiti dai legali bolognesi Stella Pancari e Stefano Vezzadini, mentre l’avvocatessa Monica Varricchio tutela gli altri familiari coinvolti nel maxi sequestro.
OGGI LA DECISIONE SU PAGLIANI. Come scelta difensiva, salvo un’eccezione, non hanno aperto bocca nell’ambito dell’interrogatorio di garanzia, per poi andare all’attacco davanti al Riesame di Bologna, chiedendo la scarcerazione: stiamo parlando di Francesco Lamanna, Salvatore Muto, Francesco Gullà, Giuseppe Pallone, Michele Colacino, Salvatore Sestito e Antonio Floro Vito. Sono tutti considerati legati al clan Grande Aracri, li difende l’avvocato Luigi Colacino.
Su queste sette ricorsi il Riesame non si è ancora pronunciato. Domani proseguiranno le udienze fissate dall’organo giudicante bolognese: “passaggi” ormai in via di completamento. Oggi si dovrebbe conoscere il destino, sul piano della misura cautelare, riguardante l’avvocato nonché politico di centrodestra Giuseppe Pagliani. Al Riesame ha respinto le accuse che gli vengono mosse – concorso esterno in associazione mafiosa – e tornando a parlare anche di quell’ormai famosa cena, ha detto che non conosceva né poteva conoscere tutti i personaggi che vi partecipavano e i loro retroscena. E di non averli comunque mai più visti dopo. I suo legali, gli avvocati Romano Corsi ed Alessandro Sivelli, hanno chiesto la sua scarcerazione depositando un memoriale e sostenendo come contro di lui non vi sia niente.
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