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OPERAZIONE AEMILIA

Seconda operazione anti-'ndrangheta, blitz nel Viadanese

Seconda operazione anti-'ndrangheta, blitz nel Viadanese

L'Antimafia di Brescia ordina la retata: carabinieri al lavoro dal tardo pomeriggio di mercoledì. Intanto fissate per martedì le udienze al tribunale del Riesame per Antonio Muto e Antonio Rocca

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VIADANA (MANTOVA). I carabinieri del comando di Viadana hanno eseguito alcuni provvedimenti restrittivi ordinati dal Gip di Brescia nell'ambito dell'inchiesta della Direzione investigativa antimafia che il 28 gennaio scorso aveva svelato le infiltrazioni dell'ndrangheta nel tessuto economico e istituzionale del Mantovano.
In carcere sono finite le cinque persone che erano state poste agli arresti domiciliari dal Gip di Mantova, poi dichiaratosi incompetente. Si tratta dell'imprenditore Antonio Muto, 52 anni di Buscoldo (Mantova), Gaetano Belfiore, 23 anni di Brescello (Reggio Emilia), Rosario Grande Aracri, 59 anni di Brescello, Salvatore Grande Aracri, 28 anni di Brescello e Moreno Nicolis, 59 anni di Verona. Gli arresti erano scattati ieri sera.

La retata è scattata poco dopo il tramonto. Decine di carabinieri, in divisa e abiti civili, nella serata di mercoledì, hanno lasciato la caserma di Viadana e raggiunto i destinatari di una lunga serie di provvedimenti e perquisizioni firmati da un giudice del tribunale di Brescia. L’inchiesta all’origine del blitz, seguita dalla Direzione distrettuale antimafia, riguarda ancora le infiltrazioni della ’ndrangheta nel tessuto economico mantovano.

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Nel tardo pomeriggio di mercoledì molte auto delle forze dell’ordine sono state viste schierate davanti alla caserma di Viadana. Successivamente almeno due di queste sarebbero entrate nella casa circondariale di via Poma.

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Difficile capire se ci siano rapporti tra l’operazione e la sferzata data dal procuratore generale della corte d'appello di Brescia Pier Luigi Maria dell'Osso nella sua relazione presentata in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. Uno scritto secondo cui gli investigatori dell’Antimafia avrebbero «accertato la presenza, tutt'altro che occasionale, nel comune di Viadana, di personaggi di spicco della criminalità ‘ndranghetista, in costante collegamento e osmosi operativa con il clan dominante nell'area di Isola Capo Rizzuto».

I nodi di questa inchiesta, o almeno di una tranche, sono arrivati al pettine? Presto per dirlo, nel momento in cui i carabinieri sono impegnati nell’esecuzione dei provvedimenti indicati da magistratura e Direzione distrettuale antimafia. Intanto si muovono le cose nell’ambito dell’altra inchiesta, quella con cui la Dda lo scorso 28 gennaio ha fatto scattare sette provvedimenti di fermo e inviato avvisi di garanzia a trenta persone, tra cui il sindaco di Mantova Nicola Sodano. Il tribunale del riesame ha fissato la data dell’udienza - martedì prossimo, 24 febbraio – per due degli imprenditori edili coinvolti nell’inchiesta, Antonio Muto, agli arresti domiciliari accusato di corruzione e di tre episodi di estorsione, e Antonio Rocca, scarcerato solo qualche giorno fa e considerato dagli inquirenti referente di una cosca per i cantieri mantovani.

Non è stata confermata invece la data dell’udienza al tribunale del riesame per il sindaco Sodano, che ha voluto ribadire la sua estraneità alla vicenda. «Sono sereno con la mia coscienza – ha detto – ma anche terrorizzato per essere finito in una cosa più grande di me. Non vedo l’ora di capire di cosa sono accusato e di poter parlare con i magistrati. Ho sempre e solo cercato di fare il sindaco, se ho mai commesso qualche errore, l’ho fatto in buona fede».

ARRESTI A PARMA. Quasi in contemporanea al blitz viadanese, sul quale dovrebbero uscire maggiori dettagli nelle prossime ore, altre operazioni anti ’ndrangheta sono scattate in altre città del nord e del centro. Una di queste, condotta dalla Guardia di Finanza di Firenze, ha portato a 16 arresti in diverse province fino al confine con il Mantovano. Associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, con l’aggravante del fine di agevolare associazioni mafiose.

Con questa ipotesi di reato i finanzieri del nucleo di polizia tributaria della di Firenze stanno eseguendo 16 arresti nelle province di Reggio Calabria, Bologna, Alessandria, Palermo, Modena, Parma, Genova, Milano e Pavia. Complessivamente sono stati 280 i chilogrammi di droga sequestrati. Si tratta di soggetti, prevalentemente calabresi, collegati alle ’ndrinè degli Avignone e dei Paviglianiti, rispettivamente di Taurianova e di San Lorenzo, in provincia di Reggio Calabria. L’ordine di custodia cautelare in carcere è stato emesso dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze Erminia Bagnoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia diretta dal Procuratore Giuseppe Creazzo. Sono stati inoltre sequestrati 280 kg di cocaina purissima per un valore di oltre 43 milioni di euro. 

Intanto il centro operativo di Torino della Direzione investigativa antimafia ha dato esecuzione a un decreto di confisca di beni, per circa 9 milioni di euro, emesso dal locale tribunale, a carico di Giovanni Iaria, deceduto nel 2013, già condannato per associazione per delinquere di tipo mafioso, perchè ritenuto esponente di rilievo del ’localè di ’ndrangheta di Cuorgnè. L’uomo, zio di Bruno Antonio Iaria, condannato anch’esso in appello per associazione di tipo mafioso aveva, secondo le accuse, nel tempo intrecciato amicizie in ambienti politici locali, che gli avevano consentito di acquisire conoscenze e appoggi finalizzati alla realizzazione degli interessi tipici del sodalizio mafioso. L’indagine ha portato alla luce l’intestazione fittizia di beni in ambito familiare ed il reimpiego dei proventi illeciti ricavati da Iaria, a partire dagli anni 70 e fino alla data del suo arresto nel 2011 per il reato di associazione di stampo mafioso. Tra i beni confiscati, tutti riconducibili a Iaria, figurano 2 villini, 3 abitazioni, 2 autorimesse, 1 magazzino, tutti a Cuorgnè, e 1 immobile in Pont Canavese.

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