La fortuna di un nonno partigiano
Bea Marmiroli ha potuto raccoglierne la memoria su quel periodo tragico
Conoscere la resistenza ebrea, per ragazze cresciute a Reggio, rimanda inevitabilmente a un'altra resistenza, quella dei partigiani italiani.
Un mondo che Bea Marmiroli della quarta B del Moro, una delle partecipanti al Viaggio della memoria 2015 di Istoreco, conosce bene: «Mio nonno è stato un partigiano nella 144esima brigata Garibaldi, grazie a lui ho avuto sempre più curiosità di conoscere la sua storia e la storia di molti altri suoi compagni».
Un privilegio, quello di Bea: «Ho avuto questa fortuna, che penso abbiano avuto pochi ragazzi perché nelle scuole questo argomento non viene né presentato né studiato. Ho potuto sentire le testimonianze di partigiani, ascoltare sia come si organizzavano le loro giornate sia come sono avvenute alcune azioni di sabotaggio contro i ponti e i collegamenti nazisti».
Storie ancora vive, e da sfruttare perché questo patrimonio di cultura e di valori non vada disperso: «Essendo ancora in vita diversi partigiani reggiani, la città dovrebbe spingere più giovani a conoscerli, perché saremo noi a dover ricordare quello che c'è stato trasmesso, per poterlo trasmettere a nostra volta».
A spingere Bea è anche il ricordo personale dei nonni paterni, Camillo Marmiroli, “Mirco”, e Lisena Costi, “Kira”. «Mi ricorderò sempre di quando mio nonno, prima di morire, volle partecipare a un'iniziativa pubblica. Lui non era stato chiamato a causa della sua età e delle dimenticanze che questa comportava. Quel giorno però riuscì a raccontare una parte della sua storia, l'orgoglio di ciò che aveva fatto gli aveva dato la forza di raccontare, e questo sempre continuando a disprezzare la guerra. Questa piccola scena mi ha fatto capire l'importanza di continuare a far vivere la sua storia nella mia vita».
Un mondo importante per la storia reggiana, anche se oggi appare distante, dopo settant’anni: «Penso che la maggior parte dei miei compagni di classe non conoscano la realtà partigiana, ma ciò è dovuto in particolare a una mancanza di considerazione dell'argomento nelle scuole superiori. Per questo penso sia importante farsi raccontare da loro stessi, finché vi è la possibilità, ciò che hanno vissuto nei tempi di guerra».
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