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Nei guai per uno stupro, si impicca dentro la cella

di Tiziano Soresina
Nei guai per uno stupro, si impicca dentro la cella

Ventenne, era accusato di aver violentato in ottobre due donne con un complice. Il gesto estremo nel carcere di Piacenza: era in isolamento perché “molto agitato”

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REGGIO EMILIA. Da quattro mesi era in carcere con la pesante accusa di aver violentato e rapinato, in un appartamento della zona-stazione, due donne colombiane: si è impiccato in cella usando come cappio un pezzo della sua maglietta, morendo mercoledì in ospedale dopo quattro giorni d’agonia.

E’ accaduto nel carcere di Piacenza dove il nigeriano 20enne Osas Ake era stato trasferito dopo un periodo trascorso alla Pulce. Stiamo parlando di un clandestino completamente solo in Italia, giunto nel nostro Paese in modo rocambolesco su un barcone, approdando a Lampedusa. Poi il coinvolgimento – il 9 ottobre scorso – a Reggio Emilia, con un ghanese, in un episodio che i dirigenti della polizia non avevano esitato a definire «di devastante e sconcertante violenza».

La notizia del suicidio è rimbalzata solo ieri in città, ma la conferma è arrivata ripercorrendo i “passaggi” giudiziari legati a questo giovane nigeriano che, dopo la convalida dell’arresto in ottobre, si era ripresentato in tribunale a Reggio il 10 febbraio scorso per assistere ad un incidente probatorio, affiancato dagli avvocati d’ufficio Noris Bucchi ed Elisabetta Strumia.

Quel martedì era stata sentita la terza donna colombiana presente nell’appartamento. Quattro giorni dopo il gesto estremo del ventenne. E nello studio degli avvocati d’ufficio sono in effetti al corrente di quanto accaduto, perché Ase aveva disposto fin dall’inizio che ogni comunicazione che lo riguardava fosse comunicata ai suoi legali, unico suo punto d’appoggio in Italia.

Una disposizione che ora è un cupo testamento. «Siamo stati avvertiti da Piacenza telefonicamente della tragedia – conferma l’avvocato Bucchi – e con la collega abbiamo subito pensato a quando l’abbiamo visto l’ultima volta, cioè all’incidente probatorio. Osas non parlava l’italiano e, quindi, aveva seguito l’interrogatorio tramite l’interprete. Al termine gli avevo comunicato che l’incidente probatorio non era andato male. Durante l’udienza aveva avuto un atteggiamento passivo e mi era sembrato un po’ scosso, ma nessuno poteva pensare – conclude il difensore – che questa sua passività fosse premonitrice della tragedia».

Ma cos’è accaduto in carcere? Il giovane nigeriano era andato in escandescenze in un corridoio della struttura piacentina, denudandosi. Era stato messo in isolamento, più tardi la macabra scoperta in quella cella da parte di un agente carcerario che, per motivi di sicurezza, chiama alcuni colleghi per poi soccorrere il ventenne impiccatosi alla finestra. Quattro giorni dopo la morte. E’ stata aperta un’inchiesta e disposta l’autopsia.

Terribile la vicenda che aveva portato all’arresto del nigeriano e di un complice ghanese. Secondo la ricostruzione fatta dalla polizia, i due stranieri la sera del 9 ottobre scorso bussano alla porta di un appartamento situato nel quadrilatero della stazione. E viene loro aperto. All'interno si trovano tre donne colombiane, in regola con il permesso di soggiorno e con il contratto d'affitto, due quarantenni e una trentenne.

Le intenzioni dei due uomini appaiono subito chiare. Il primo, armato di coltello che si rivelerà poi essere una scacciacani, obbliga una delle donne a spogliarsi. Lo stesso fa il secondo con un'altra delle donne presenti nell'appartamento e, di fronte ad un tentativo di sottrarsi alla violenza, va in cucina e prende un coltello con cui inizia a minacciarla. Inizia così l'ora più lunga per le due donne che vengono violentate davanti alla terza obbligata ad assistere inerme.

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