Le badanti ucraine raccolgono fondi per il loro Paese in guerra
Reggio Emilia, il ritrovo al Foro Boario dove viene allestita una tenda: gli aiuti “imbarcati” sui pullman diretti in patria
REGGIO EMILIA. «Ormai, ci sentiamo come se fossimo in ostaggio: perché siamo qui e non là e non riusciamo ad aiutare chi in questo momento sta combattendo per il nostro Paese. E’ una grande sofferenza. Per questo, abbiamo deciso che non potevamo non fare niente. Che dovevamo dare una mano».
Foro Boario. Domenica mattina. Piove a dirotto su banchetti e furgoni, in mercato che è da tempo un appuntamento fisso per la comunità ucraina della provincia. Si vendono merci. Ma soprattutto si portano merci da “imbarcare” sui pullman che di lì a poche ore partiranno per l’Ucraina: in prevalenza spediscono beni di primissima necessità, non più regali come una volta.
Sotto una tenda c’è anche un cassettina per raccogliere fondi. Un’iniziativa spontanea. Istintiva. Sopra, un cartello. «C’è scritto: cari compaesani stiamo raccogliendo aiuti per i nostri fratelli e figli che stanno difendendo la nostra patria». A tradurre è Antonina Bota. Cittadina ucraina che dal 2000 vive in Italia. Faceva il medico, in patria. Qui, lavora per una famiglia di Guastalla. «Lo Stato mi pagava in vodka quando ho deciso di partire: poi, toccava noi rivenderla per avere i soldi per tutte le necessità» racconta per spiegare le ragioni del suo trasferimento.
Quindici anni dopo, l’emergenza a casa non è finita anche se è diversa. Ha un altro nome. «Lavoriamo in casa degli italiani. Ci chiedono cosa sta succedendo nel nostro Paese. Molti non capiscono, perché l’informazione che arriva è poca o non dice tutto. Non dice che ormai c’è la guerra e i nostri ragazzi muoiono per difendere il nostro Paese. Per questo, vogliamo parlare ai reggiani. Raccontare quello che sta succedendo, come ci sentiamo: dei tanti morti che ci sono in combattimento e nessuno dice. Per questo, stiamo per dar vita ufficialmente a un’associazione, presso Dar Voce, affinché possiamo davvero aiutare il nostro Paese» racconta.
Antonina Bota non è sola. Accanto a lei ci sono altre e altri connazionali. Fanno lavori domestici, pulizie, sono badanti. Quasi tutti sono in Italia da un decennio. L’italiano lo sanno parlare bene. E nei loro discorsi si sente vivissima la traccia di un’istruzione che spesso è superiore o universitaria. Nelle loro parole l’eco di città come Mariupol, Sebastopoli. Della Crimea, di Donec’k. Dell’Euromaidan: le manifestazioni di piazza iniziate nel 2013 pro Europa e contro il governo filorusso. E parlano del ruolo della Russia. Responsabile, sono convinti, dell’escalation di instabilità che ha portato alla crisi della Crimea.
«E alla guerra» dicono. Perché sono mesi e mesi che i loro giovani sono partiti come volontari nelle zone di confine. «Per difendere il paese» rivendicano con orgoglio e dolore. E perché adesso anche il governo ucraino ha richiamato alle armi tutti coloro che hanno fatto il militare.
«Non ci aspettavamo davvero che si sarebbe arrivati a questo punto. E anche il nostro Paese non è pronto: pensi che a un parente di un’amica, richiamato come soldato, hanno dato la divisa invernale dicendogli già di procurarsi quella estiva. Perchè non ne avrà un’altra». Tutti hanno un amico o un parente al fronte. In trincea. Come Irina Vakar: «Mio fratello ha lasciato il suo lavoro, da Cheklvivtsy, per andare a combattere. Non volevamo certo che si arrivasse a questo punto. Siamo stati in qualche modo trascinati...».
Dai loro racconti arrivano visioni di un mondo che sembra lontano, ma in realtà è molto vicino. Dove un generatore diventa vitale. «Perché così quei ragazzi possono ricaricare i telefoni e chiamare casa ogni giorno – racconta Ksenya Makar – Una mia amica se non sente il figlio ogni sera, non dorme...». Dicono no alla guerra. Ma anche a questa contrapposizione tra ucraini e filorussi, in un paese in cui tutti hanno origini diverse. «Io parlo russo, l’ucraino lo capisco. Nessuno mi ha mai obbligato a parlarlo» racconta Tatiana Khyusainova. Chiedono democrazia, dialogo. La presa di coscienza da parte dell’Europa. Chiedono che finiscano le ostilità. E vogliono condividere con gli italiani, con i reggiani, il peso di una crisi che non può evidentemente essere considerato solo un problema ucraino.
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